Valona – Berat: l’entroterra rurale

15 agosto
Stamattina la partenza sarà un po’ dilazionata: devono raggiungerci Antonio e la moglie Angela, con la figlioletta Sara di pochi mesi. Arrivano con un’auto ed una bici sulla quale si alterneranno, dandosi il cambio, per tutto il resto del viaggio. Io e Manu ne approfittiamo per fare due passi, acquistare le batterie per la sua fotocamera e scattare qualche foto.

Valona, vista con gli occhi di un italiano, sembra una città nata dal nulla: non esistono edifici antichi. I vecchi palazzi del periodo comunista, costruiti in economia ed ormai ridotti in condizioni pietose, si affiancano ai nuovi, tirati su in fretta e furia con molto entusiasmo e scarsa cura del dettaglio.

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Non emerge un’idea complessiva, un’unità stilistica. Nulla che suggerisca il fatto che dietro a questa città c’è una popolazione che in essa si riconosce, che abbia un’idea collettiva di sé, o forse, più semplicemente, che gli sia stato dato di conservarla. La sensazione è quella che un gigantesco bambino capriccioso abbia sparpagliato sul suolo i suoi giochi di costruzioni, alcuni lasciati a metà, e li abbia semplicemente lasciati lì, alla rinfusa.

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Magari sono io che non riesco a scendere a patti con la modernità, e probabilmente anche il fatto che sono cresciuto in una città nel cui centro storico le scelte urbanistiche sono state curate nell’arco di secoli, sta di fatto che Valona mi affascina e mi repelle al tempo stesso, senza soluzione di continuità.

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La cosa che più sconcerta, però, è il traffico abnorme che si sviluppa sull’unica arteria cittadina. Centinaia di automobili si spostano nelle due direzioni, creando un sano senso di vivacità, ma anche di estrema confusione, di disorganizzazione: l’improvvisazione elevata ad unico possibile stile di vita.

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Con Manu abbiamo già deciso, dopo aver già percorso la strada fino a Fier pochi giorni fa, che oggi viaggeremo sul pullmino. L’arrivo di Antonio e famiglia aggiunge ulteriore entropia alla nostra già estemporanea organizzazione, e dopo lunghi ragionamenti e considerazioni partiamo: io sul pullmino con Altim, tutto il gruppo (compreso Antonio) in bici, Angela, la piccola Sara e Manu in auto.

A dir la verità ho provato in molti modi a dissuadere gli altri dal percorrere in bicicletta questo tratto di strada, ma un po’ il timore di essere invadente, un po’ la determinazione del gruppo a pedalare comunque, finisce che non riesco a far "scampare" a nessuno/a questa sorta di girone infernale.

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Adriano si protegge col fazzoletto, a mo’ di bandito del "far west". Angelo, con fare serio, mi confessa: "adesso ho capito perché hai insistito per viaggiare sul pullmino…". Mimmo ribadisce: "mi sento i polmoni come se avessi fumato quattro pacchetti di sigarette al giorno per un anno!".

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Nel bene o nel male anche questo strazio finisce. Al bivio per Berat rimonto in sella anch’io. Inutili le proteste dell’autista autoctono Altin, che nel suo italiano stentato ("paesi gente cattivi!") tenta di dissuaderci dal percorrere la strada secondaria, non fidandosi dei suoi connazionali abitanti nelle zone rurali.

Invece la strada di campagna risulta, da subito, poco trafficata e financo piacevole, anche se i campi sembrano per lo più incolti o coltivati in maniera sicuramente non intensiva. Dietro una curva, del tutto inaspettatamente, appare un piccolo appezzamento di vecchi pozzi petroliferi, peraltro quasi tutti fermi.

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Una decina di chilometri sui pedali, per riprender fiato e consentire a tutti di rimuovere il ricordo traumatico del tratto appena percorso, ed è già ora di pranzo. Ci fermiamo in un paesino dall’aria povera ma dignitosa. Acquistiamo un po’ di frutta da minuscole bancarelle ai lati della strada, ma non c’è molta scelta. Realizzo con sgomento che in tutto il paesino non ci sono in vendita pesche-noci… sembra una sciocchezza, ma l’aver dato per scontato di poterle trovare ovunque mi da una misura della distanza tra gli standard italiani e quelli albanesi. Poco più avanti un carretto a trazione equina è "parcheggiato" a lato della strada.

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La strada prosegue costeggiando il limite inferiore delle basse colline alla nostra destra. L’erba è secca a causa della prolungata siccità e l’aspetto del paesaggio abbastanza "selvatico".

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Dopo uno scollinamento non particolarmente impegnativo ripiombiamo sulla pianura, dove ci attende un lungo e decisamente più trafficato rettilineo fino a Berat. Superata la periferia "moderna" e malandata ci affacciamo sulla città vecchia, con le sua case antiche ancora ben conservate, tagliata in due dal fiume e guardata dall’alto dalla rocca del castello.

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Di fronte al nostro albergo "svetta" il minareto della piccola "moschea degli scapoli".

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Berat, città "delle mille finestre", miracolosamente scampata al fervore "innovazionista" degli anni di Hoxha, è elencata, come già Argirocastro, tra i "patrimoni dell’Umanità" dell’UNESCO. Qui la separazione tra la città vecchia e quella "nuova" (quest’ultima, paradossalmente, ben più malandata e fatiscente) è fortunatamente più netta, restituendoci un borgo medioevale quasi intatto, di fronte al quale il bottiglione pubblicitario della Coca-Cola suona  al più come un ingenuo e sentito tributo popolare al "ritorno alla normalità".

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Tempo di cambiarci e rinfrescarci e gli "obblighi diplomatici" di TurGrate, attraverso la paziente opera di Vladimir, responsabile della locale associazione "Italia-Albania", ci conducono ad un incontro col Prefetto di Berat, che ci rassicura sull’intenzione di tutelare gli aspetti ambientali e paesaggistici della regione dall’abusivismo edilizio e dallo sfruttamento dissennato del territorio… o perlomeno ci prova.

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Degna conclusione della giornata è la cena sulla terrazza di un ristorante segnalato dalla guida "Lonely Planet", innaffiata da boccali di fresca birra "Tirana" e, sul finale, da dell’ottimo Raki (grappa). Domani niente bici, visita al castello, alla moschea e al museo etnografico, come da programma.

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