Etero Pride

"Che ci va a fare un maschio eterosessuale al Gay Pride?"

È  una domanda che devono essersi posti in molti e onestamente, quando è stata lanciata l’idea di "portare uno spezzone NO OIL" al corteo del Pride romano, me la sono posta anch’io. La risposta, come spesso accade, è stata "ci vado a vedere, partecipare, (cercare di) capire".

Questa storia del "portare uno spezzone NO OIL" alle manifestazioni di contenuti affini (nonviolente, pacifiste, ambientaliste) è nata tempo addietro all’interno della Massa Critica, e recentemente ha preso la forma del portare, con le biciclette, un gigantesco telo bianco con la scritta "NO OIL" a simboleggiare il rifiuto di un modello di sviluppo interamente basato sullo sperpero di combustibili fossili, coi relativi costi ambientali ed umani.

Partecipare al Pride è stata una scelta un po’ tirata per i capelli, ma ha valso il fatto di ritenersi, in quanto ciclisti, una "minoranza oppressa ed orgogliosa". Oltretutto la manifestazione di quest’anno aveva anche una valenza di affermazione della laicità dello stato in merito alle scelte di vita delle persone (io DICO sì!), e sebbene il sottoscritto finirà, entro l’anno, con lo sposarsi in chiesa (n.b.: con rito misto!), ho messo su una tee-shirt surrealista con la scritta "Grazie a dio sono ateo" (aforisma di L. Buñuel) e sono andato a fare il mio "Laico Pride". Inforcata Velociraptor ho raggiunto quella banda di pazzoidi che si autodefinisce "Ciclopicnic Entertainment" a Piazzale Ostiense e ci siamo uniti alla baraonda.

Tutto questo preambolo non vuole significare un "prendere le distanze", quanto chiarire che il mio punto di vista è giocoforza parziale e viziato dal fatto di non sentirmi fino in fondo parte dell’evento. E d’altronde c’è poco da fare, quando vedo un camion scoperto carico di maschi seminudi che si dimenano su una base Disco-Music non mi viene da pensare: "Oh, che bello!"; bensì, parafrasando Chatwin: "Che cosa ci faccio io qui???"

Il Pride visto "da fuori" è un po’ un carnevale a metà. Qualcosa che vorrebbe essere una festa ma tanto festa non può essere, perché comunque nasce per domandare un riconoscimento, un’accettazione, che nel momento attuale manca. Si sbandiera una "diversità" (spesso e volentieri eccessiva nel suo plateale desiderio di trasgressione) nella prospettiva di vedere un giorno questa "diversità" riassorbita nella percezione collettiva di "normalità".

Di più , è sconcertante registrare come la ricerca di una identità "altra" finisca molto spesso nel ricalcare stereotipi preconfezionati e a modo loro omologati (il travestito, il sadomaso, il transessuale volgare, ecc…) in un’ansia di riconoscimento, di appartenenza, di identificazione a tutti i costi, che finisce col perdere di vista proprio il sé.

C’era, è vero, tanta gente allegra e festante, ma molta di più a terra che non, paradossalmente, nei carrozzoni che sfilavano. Lassù si respirava quest’aria di allegria forzata, di diversità esibita e quasi imposta, comunque alternativa, conflittuale. Forse è solo una mia impressione, ma temo che la strada della contrapposizione continuerà a creare una separazione sempre più netta tra la comunità GLBT e quelli che si pretendono "normali", e forse andrebbero immaginate forme di comunicazione diverse dall’esibizionismo trash che ultimamente va tanto di moda in televisione.

Due giorni dopo c’è stato anche un "finale a sorpresa".

Chi ha visto il film "L’apparenza inganna", (commedia francese su un impiegato che per sfuggire al licenziamento si finge gay), ricorderà sicuramente la scena in cui Daniel Auteuil viene  costretto dal suo capo, direttore di una fabbrica di profilattici, a partecipare alla sfilata del Gay Pride e finisce ripreso dalla televisione nazionale. Beh, a me è successa una cosa simile, con tanto di collega di lavoro che mi ha chiesto, sottovoce e un po’ preoccupato, "ma che sei gay?", e io che gli sono scoppiato a ridere davanti.

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