Un pittore attraverso due guerre

Image Hosted by ImageShack.usDomenica scorsa, complice una giornata piovosa, la determinazione di Manu a staccarmi dal computer ha condotto entrambi alla mostra su Marc Chagall allestita al Vittoriano… e per fortuna che ogni tanto piove.

 

Chagall è stato un pittore atipico, a suo modo slegato dalle impetuose correnti artistiche dell’epoca, portavoce fino in fondo di una personale sensibilità interiore. In un momento storico in cui tutto doveva essere appartenenza, fortemente ideologica, ad idee e movimenti (che fossero artistici, politici o culturali) riuscì a rimanere ancorato alle realtà profonde dell’animo umano, legato fino alla fine al semplice mondo contadino della sua infanzia.

Ottimo l’allestimento della mostra, completa di didascalie ed informazioni. La prima scoperta, per me spiazzante, è il trovarmi di fronte non già ad un pittore francese (paese che, pochi anni prima, con l’impressionismo rivoluzionò il modo di intendere la pittura), ma ad un ebreo russo, nato Moishe Segal, trasferitosi poco più che ventenne a Parigi poco prima dello scoppio del primo conflitto mondiale.

Inevitabilmente si è creato un cortocircuito con il libro di Jonathan Safran Foer, "Ogni cosa è illuminata", la cui lettura ho da poco portato a termine. Le immagini di Chagall si sono sovrapposte ai racconti di Foer, le une completamento degli altri, ed il mondo ormai cancellato dei villaggi ebrei dell’Europa dell’est, annientato e spazzato via dalla criminale follia nazista, mi è stato restituito attraverso le sue tele.

Image Hosted by ImageShack.usParadigma dell’ebreo esule ed errante, Chagall ha attraversato un secolo intero cercando, a modo suo, di raccontarlo, diventandone parte, in particolar modo nei tormentati anni della seconda guerra mondiale.

Molti i dipinti memorabili in esposizione. Già "l’Angelo caduto" è di un’efficacia folgorante nel rendere il senso di disgrazia divina che in quegli anni assurdi si abbatté sul mondo, ma il culmine della mostra è senz’altro il trittico "Resistenza, Resurrezione, Liberazione", in cui il simbolismo lirico di Chagall raggiunge il suo apice espressivo nel raccontare l’oppressione schiacciante, e la salvezza finale dall’incubo nazista.
 
Compare qui un inedito "Cristo Ebreo", rappresentazione simbolica del calvario di un intero popolo, e proprio nell’accostamento tra il sacrificio di uno e quello dei tanti si compie l’identificazione tra giudaismo e cristianesimo. Non si può non essere partecipi di tanto dolore, di tanta determinazione e di tanta speranza, rifuggire e dimenticare, quando l’occhio dell’artista fotografa i paesaggi dell’anima e fissa sulla tela le emozioni. Raccontare di uno diventa raccontare di tutti, ed infatti ancora oggi le crudeltà inflitte agli ebrei più di mezzo secolo fa continuano a tormentare l’intera umanità.

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