Ragionando sulla Shoà dal parrucchiere

In genere preferisco aspettare di aver finito di leggere un libro, prima di parlarne. Ma ci sono anche le eccezioni, e questo “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer, che è un libro eccezionale, ne ha prodotta una. Stamattina me lo sono portato dietro dal parrucchiere ove mi reco per la “tosatura” semestrale. Mai scelta fu più incongrua.

Pensate di leggere un racconto straziante ed emozionante in un contesto assolutamente “leggero”, musica commerciale alla radio, foto di acconciature all’ultima moda alle pareti, gente che discute di argomenti futili. Ma non è tanto questo, nel tempo ho maturato una capacità di astrazione sufficiente a farmi “rimuovere” qualunque contesto distraente, e tale da consentirmi di continuare a leggere in ogni situazione.

Leggere, ovviamente, un libro normale, cosa che questo non è. Questo è un libro che a tratti sono costretto a smettere di leggere, perché raggiunge, nel non detto, nel suggerito, nel solo accennato, vette di emozione tali da lasciare stordito il lettore. Che richiedono una sospensione della lettura, una riflessione, una “digestione” di quanto si è appena letto. Che smuovono pensieri, sogni, ricordi, paure ancestrali, e sentimenti di tale spessore ed umanità da lasciare sbigottiti.

Sospendere la lettura per la commozione, e d’improvviso rendersi conto di trovarsi dal parrucchiere (con tutto il rispetto per la professione) è motivo di ulteriore shock. Crea uno sfasamento, una sensazione d’irrealtà. E ci si rende conto che mentre esistono persone, artisti, scrittori, capaci di farsi carico del dolore del Mondo, di un dolore talmente vasto e profondo da rasentare l’intollerabilità, la maggior parte di noi rifugge in un mondo vuoto e vacuo, di apparenze, di vanità, di puro egoismo edonistico.

E, certo, qualcuno obietterà, c’è in questo un giudizio. E d’altronde neppure si può pensare di passare tutta la vita a farsi carico della sofferenza di singoli e popoli, di persone e moltitudini. Ma di certo oggi non c’è equilibrio, si è troppo lontani non solo dalla sofferenza, ma anche dall’elaborazione della sofferenza, dall’accettazione, dalla comprensione, dalla compassione. E in questo non fuggiamo, in realtà, solo dal dolore, dalla sofferenza. Abbiamo anche, temo, troppe risate ed in fondo poca vera gioia.

3 thoughts on “Ragionando sulla Shoà dal parrucchiere

  1. quel libro ti prende, ti strizza, ti centrifuga e poi, quando è finito, ti ritrovi a guardare attorno il solito mondo con uno strano retrogusto.
    Io ho passato tre giorni isolata da tutto, per poterlo leggere.
    Avevo capito che non era adatto ad essere letto nel mio solito tram tram.
    E’ meraviglioso( nel senso “pieno di meraviglie”).

    Poi si legge che l’autore è del 1976.
    E viene da chiedersi come sia possibile.
    E viene da pensare che forse qualcuno nel mucchio di automi superficiali, è illuminato.

    Che fatica, però!

  2. Prima di scrivere di questo libro incredibile aspetterò di averlo finito di leggere. Per ora sono solo accenni.
    Mi piacerebbe avere tre giorni di seguito, ma sarò costretto a leggerlo “a pezzi”. In compenso dilatare i tempi di lettura un po’ mi salvaguarda.🙂

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