Librerie in evoluzione

Da ragazzo passavo parecchio tempo a girare per negozi di libri. Ero un adolescente solitario, e abitando in centro me ne ritrovavo svariati vicino casa. Entravo e cominciavo a girare per i diversi settori, i miei preferiti erano quelli riservati alla fantascienza, alla scienza e alla fotografia.

Cercavo le novità, ma molto spesso occhieggiavo titoli che non mi decidevo ad acquistare. Sfogliavo i libri che non mi potevo permettere, soprattutto quelli fotografici, o di cui mi interessavano solo poche pagine come, ad esempio, quelli con i testi delle canzoni. Le librerie, negli anni ’70, erano ancora posti tranquillizzanti. Ricettacoli di un sapere ponderato e un po’ polveroso che, col tempo e la pazienza, pensavo sarei riuscito a fare mio. Ora non più: ad oggi le librerie mi spaventano.

In primis c’è che sono cresciute a dismisura, gli spazi una volta angusti si sono dilatati e moltiplicati, le sezioni tematiche traboccano di novità, di copertine colorate ed accattivanti, ma anche visivamente aggressive. Una babele di scrittori, narratori, affabulatori invade pareti su pareti, ricolma scaffali e tavoli in una vastità d’offerta che purtroppo non riflette livelli di reale qualità, ma solo la domanda del mercato.

Poi, ancora più grave, c’è il "segno dei tempi", il perenne cambiamento che nulla salva. La fantascienza è pressoché morta, assieme all’idea di un futuro. I nuovi scrittori (aggiungerei "pubblicati in Italia", ma temo che cambierebbe poco) si contano sulla punta delle dita e molto spesso propongono quello che chiede loro il mercato: mega polpettoni da migliaia di pagine con personaggi stereotipati e situazioni di stampo hollywoodiano.

Dei vecchi non resta traccia. Malamente e frettolosamente archiviata la "star" Asimov, scaraventati nel meritato dimenticatoio i ben più "pulp" Heinlein e Van Vogt (insieme a quasi tutto lo sciocchezzario degli anni ’50), sopravvive nella considerazione degli editori solo il tardivo riconoscimento del genio di Philip K. Dick. Poco, troppo poco.

E girando e annaspando tra migliaia di volumi capita così che l’occhio cada su una copertina qualsiasi, in cui l’editor grafico ha voluto raffigurare due "Supereroi" pescando illustrazioni vecchie di cinquant’anni. E che in quelle figurine variopinte con le spalle drappeggiate di pesanti mantelli (un capo d’abbigliamento ormai demodé) si possa leggere in un solo istante, con ben più immediatezza di un trattato di storia contemporanea, l’inesorabile mutazione vissuta negli ultimi decenni.

Non verranno più i Supereroi a salvarci, sebbene ormai il mondo dell’immaginario sia infestato da "serial killer". La società non si sta più dirigendo verso un benessere diffuso e generalizzato come sognavamo ancora nei tardi ’60. Non possiamo più stare tranquilli e sperare nel futuro. Dobbiamo averne paura, piuttosto, al punto da fare il possibile per non pensarci, rifugiarci nel presente e sperarlo immutabile.

Una nuova "strategia della tensione", stavolta non appannaggio di un manipolo di terroristi, ma dell’intero sistema economico-politico-mediatico.
Funzionale allo status quo.

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