E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare

Image Hosted by ImageShack.usLa poesia, strano a dirsi, nella nostra epoca è diventata ormai quasi un tabù. A differenza della musica e della danza, che hanno trovato un percorso evolutivo in grado di farle sopravvivere al cambiamento dei tempi, la poesia non trova spazio nei media contemporanei e la forma espressiva che più la ricorda è quell’ibrido tra parole e basi musicali che prende il nome di Rap.

Perché ciò sia accaduto è difficile dirlo. Troppo colta, forse, troppo intellettuale. Come tutte le forme d’arte che hanno perso il contatto con il “grande pubblico” (pensiamo alla musica classica ma anche al jazz, all’arte contemporanea, alle varie “avanguardie”) è diventata una sorta di “riserva” dove pochi eletti cultori pascolano in una felice e pressoché totale autoreferenzialità.

Su tutto questo meditavo tempo addietro, ma l’argomento è tornato a galla nel momento in cui, col laboratorio di teatro, mi sono trovato ad affrontare, dopo Dante, Giacomo Leopardi. Non mi rendevo conto di quanto lontana fosse la cultura del mio mondo da quella in cui visse l’autore de L’infinito“, “A Silvia“, “Il sabato del villaggio.

Lo confesso, pensavo di aver fatto una gran “furbata” scegliendo proprio “L’infinito”. Se pure non sarò bravo a leggerla, mi dicevo, è talmente bella che al pubblico piacerà comunque. Poi mi sono reso conto che, come tutte le cose straordinarie, anche una poesia è oggetto estremamente delicato. A differenza di un testo mediocre, che può essere strapazzato, o di una poesia poco evocativa, che viene più facilmente perdonata, maltrattare un capolavoro è colpa gravissima.

E così ho toccato con mano la differenza tra il leggere una poesia con gli occhi e il “leggerla con la bocca”: non c’è parola che esca fuori come dovrebbe. Intonazioni fiacche, tonalità sbagliate, incertezze, insomma un disastro. Magari non sarà necessario, come affermava Carmelo Bene, “studiare per dieci anni prima di poter recitare l’Infinito”, ma studiare tanto sì.

E già che ci sono, se non mi credete e volete provare a leggerla ad alta voce, eccola qui in tutta la sua magnificenza.

L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e ‘l suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare.

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3 thoughts on “E ‘l naufragar m’è dolce in questo mare

  1. Leggevo pochi giorni fa in proposito un articolo di Piero Ottone dal titolo: “L’arte perduta di leggere i notiziari in tv”. Beh, non che i notiziari siano opere d’arte, è vero, tanto meno belli, ne convengo.
    Però c’è un nesso, ed è quello, appunto, del leggere bene, valorizzando il senso di ciò che si dice, accompagnandone il contenuto concettuale.
    Hai ragione, Marco, nel sottolineare la differenza tra leggere con gli occhi e con la bocca. E- come anche l’articolo citato suggerisce- la difficoltà che sperimentiamo ci trova in nutrita compagnia: di conduttori e conduttrici, intendo.
    Sono meno d’accordo sull’autoreferenzialità della poesia: secondo me non è tanto la poesia a essere egocentrica (almeno, non tutta). Siamo piuttosto noi lettori a essere preventivamente pigri.
    Ma di questo magari parliamo un’altra volta, che dici? 😉
    Ciao

    Annalisa

  2. Comincio dalla fine, ovvero dall’autoreferenzialità dei poeti (o presunti tali), dei poeti, ribadisco, e non della poesia in sé. E’ un fatto che quando una forma d’arte perde contatto col pubblico gli appassionati si autoeleggono “casta” e “se la cantano e se la suonano” da soli. Non dico che sia nemmeno tutta e solo colpa loro, è quello che accade, ma allora perché della poesia non importa quasi più a nessuno/a?

    Secondo me bisogna fare un passo indietro, ad un’epoca in cui i libri erano rari e preziosi, e saperli leggere un privilegio. In una cultura di questo tipo esistevano mille e uno “trucchi” per ricordare le cose, qualcuno è arrivato fino a noi (“trenta dì conta novembre, ecc…”). La poesia consentiva di memorizzare più facilmente brani di testo, idee, concetti. Da quando abbiamo rinunciato ad esercitare la memoria, perché i “supporti” sono aumentati a dismisura, la poesia è finita nel dimenticatoio, con tutta la sua ricchezza di metafore, armonie, volteggi.

    Se poi oggi ascoltando un telegiornale dopo pochissimo non ricordiamo più nulla è normale, perché le notizie non sono scritte per essere ricordate, ma solo per “spettacolarizzare” eventi, catturare un’attenzione distratta (esattamente come i vecchi imbonitori delle fiere) ed evaporare subito dopo senza dare il tempo all’ascoltatore di realizzare il vuoto che gli è stato propinato.

    Io i telegiornali non riesco più a guardarli, perché se mi fermo un attimo a ragionare su quello che mi stanno raccontando nove volte su dieci realizzo che le notizie (quando pure sono notizie, e non puro fumo) sono raccontate frettolosamente e senza un minimo di ragionamento critico.

    Ma contesterei questo solo se fossi convinto che radio e TV avessero come fine il fare informazione. E’ che non lo penso affatto, fanno audience, fanno spettacolo (anche delle notizie), vendono spazi pubblicitari. L’informazione ne sarebbe un corollario se tra gli ascoltatori ci fosse una domanda in tal senso. In caso contrario, come è qui in Italia, diventano “armi di distrazione di massa”. Purtroppo.

  3. Pingback: L’infinito revisited | Mammifero Bipede

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