Liberare la musica

La rete Internet non cessa di stupirmi. Nata come un semplice sistema per far comunicare macchine di calcolo, nel corso dei decenni si è trasformata, oltre che nel ricettacolo del sapere dell’umanità, anche in uno spazio virtuale ed ubiquo per esperimenti sociali di varia natura, rielaborazioni delle dinamiche interpersonali ed esplorazione delle opportunità offerte da un medium istantaneo, sommamente democratico e alla portata di tutti.

Una delle questioni più strettamente collegate alla crescita esponenziale nella circolazione della conoscenza riguarda l’idea di "proprietà" della conoscenza stessa. Ovvero quanto e come chi produce conoscenza, o i suoi eventuali rappresentanti, ne possa condizionare l’utilizzo futuro, e quanto invece tale conoscenza non appartenga piuttosto alla collettività in seno alla quale si è prodotta e diffusa. Ne ho già discusso in un precedente post, ma segnalo anche questa lunga ed appassionata riflessione di Luca.

Esiste attualmente un grosso problema per quanto riguarda il mercato della musica, o meglio per come si è sviluppato negli scorsi decenni. Le case discografiche hanno sfruttato come meglio potevano l’incremento dell’ascolto musicale prodotto dalla diffusione dei riproduttori portatili (dall’autoradio, passando per i vecchi "walkman" a cassette fino agli attuali lettori MP3), finendo con l’acquisire un potere economico tale da consentirgli di condizionare pesantemente il mercato, promuovendo artisti e generi musicali di loro gradimento ed ignorandone altri.

Non è difficile comprendere le ragioni che orientano questo tipo di business: è molto più conveniente puntare su pochi artisti che vendono milioni di copie che su tanti piccoli musicisti che ne vendono ciascuno poche migliaia.

Ora siamo al paradosso che le leggi nate per difendere i diritti degli autori, dei musicisti in particolare, finiscono col tutelare una ristretta cerchia di "stars" dai fatturati miliardari e costringere nell’ombra dell’anonimato migliaia e migliaia di singoli artisti e piccole band che non hanno a disposizione i canali per farsi conoscere ed apprezzare.

Ora anche questa situazione sta lentamente cambiando. Come teorizzato già anni fa diversi musicisti e piccole band hanno compreso il vantaggio di diffondere in rete la propria musica gratuitamente, rilasciandola sotto una licenza "open" che consente agli ascoltatori di farne un uso libero da qualsiasi vincolo. La scommessa è quella di arrivare a contattare un pubblico di appassionati disperso ed altrimenti irraggiungibile, e di ottenere un ricavo economico dalla vendita di materiali musicali di maggior qualità, o maggiori possibilità di ingaggi per concerti, o una minima chance di accedere ad una cerchia di fans meno ristretta.

Il primo evidente e tangibile segno di questa possibile svolta lo evidenziava qualche giorno fa "Zeus News" segnalando un sito web di "Open Music" chiamato Jamendo, dal quale scaricare, ascoltare, apprezzare, contattare ed eventualmente finanziare artisti di mezzo mondo che si misurano coi generi musicali più disparati. Al momento in cui scrivo ci sono disponibili per l’ascolto ed il download più di 3000 album. Non saranno tutti delle meraviglie imperdibili, e probabilmente nella maggior parte dei casi apparterranno a generi musicali che ognuno di noi riterrà "poco entusiasmanti", ma in tutto questo bailamme di sicuro qualcosa di interessante ognuno/a di noi potrà trovarlo. Senza farsi imbottire le orecchie da quello che i responsabili marketing di qualche casa discografica avranno deciso che ci dovrebbe piacere.

Per dire, secondo me questi Bézèd’h non sono niente male!

 

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