Un Cechov ottimista

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Dovendo allestire nei prossimi mesi un estratto dal "Giardino dei Ciliegi", ed avendolo in scena a Roma in questi giorni, ci siamo organizzati per andarlo a vedere. Lungo la strada si ragionava sul fatto che, avendo letto il testo, non sarebbe stata una "prima assoluta", ma piuttosto avremmo rischiato di passare tutto il tempo confrontando quello che vedevamo con l’idea che ce ne eravamo fatti. E così è stato.

Il "Giardino" messo in scena al Teatro Vascello è in fondo un buon spettacolo, su Manuela Kustermann sospendo il giudizio (il suo personaggio è a tal punto diverso da quello descritto da Cechov da non poter stabilire se è lei, come attrice, ad essersi calata nel personaggio o il personaggio ad essere stato cucito addosso a lei), tuttavia non sono riuscito ad apprezzare la chiave registica adottata: tutto la rappresentazione mi è parsa troppo veloce, accelerata, a tratti affrettata. Certo, di base è un lavoro lungo, quattro atti da più di mezz’ora l’uno che qui sono diventati due da cinquanta minuti. Sicuramente si è cercato di non "appesantire" troppo il pubblico, scivolando a volte nell’eccesso opposto.

Al di là della lunghezza c’è infatti il pessimismo. Il "Giardino" ci mostra una galleria di personaggi inadatti e disperati, il declino della proprietà terriera e l’avvento di una nuova borghesia ricca ed ignorante, la disperazione insita nel non riuscire, nonostante tutti gli sforzi, a far combaciare i propri desideri, anche legittimi ed onesti, con la realtà, fino al disastroso epilogo. Nessuno dei personaggi è in sé cattivo, ma tutti hanno vizi, pigrizie, tare caratteriali ed emotive tali da pregiudicare l’esito di ogni possibile slancio positivo. Un’umanità prigioniera delle proprie debolezze e dei propri limiti, condannata a mandare in rovina ogni cosa nonostante le buone intenzioni.

Nell’allestimento attualmente in scena al Vascello buona parte di questo manca o non arriva. Così un personaggio come Trofimov trova nei suoi slanci ideali un’energia tale da travalicare il proprio fallimento come studente. Finisce con l’apparire plausibile che Leonid avrà il suo lavoro in banca e che gli altri si sistemeranno a Mosca dalla zia. Perfino nell’estremo finale viene omessa la morte del vecchio maggiordomo Firs. Una lettura quasi "ottimista" di Cechov abbastanza tirata per i capelli ed a mio parere poco fedele all’intenzione originaria.

Si può scegliere di usare un testo per proiettarvi le proprie speranze, i propri sogni e desideri, fino a caricarlo di valenze diverse, ma continuo a pensare che sia una forzatura, e che sarebbe preferibile lavorare piuttosto ad un’idea originale anziché "decostruire" un classico.

Discutendone all’uscita mi sono ritrovato d’accordo con Gianluca, che affermava: "se vado a sentire un concerto di Beethoven il direttore d’orchestra mi deve far ascoltare Beethoven, non può suonarmelo al doppio della velocità trasformandolo in una marcetta, può essere interessante ma non è più Beethoven, è un’altra cosa". Lo stesso vale per Cechov.

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2 thoughts on “Un Cechov ottimista

  1. E pensare che l’avevo trovata davvero interessante, in particolare per l’utilizzo dello spazio scenico nella rappresentazione. Forse perchè non avevo mai letto l’opera (lo sto facendo solo ora!)? O perchè era la prima volta che assistevo ad una rappresentazione del “Giardino dei Ciliegi”?
    Boh, forse entrambe.
    E comunque penso che tu sia comunque nel dire: W il teatro!

  2. Ciao Andrea.
    Innanzitutto “W il Teatro”, anche se è una forma d’arte con cui abbiamo ormai perso il contatto, al punto che non riusciamo più a distinguere cosa è buono e cosa no. Io stesso non ne sono un accanito frequentatore, e dopo tre anni di laboratorio teatrale ancora certi “retroscena” mi risultano poco chiari
    (se rileggi il post adesso troverai una correzione riguardo al mio giudizio sulla Kustermann).

    Ne discutevamo giovedì con la nostra insegnante. Lei è veramente sconsolata dalla situazione della scena teatrale italiana, che descrive come dominata da Primattori e Primattrici malati di narcisismo che si circondano di comprimari scadenti per poter meglio risaltare. Cosa che ha impoverito la qualità degli spettacoli ed allontanato il pubblico dalle sale.

    Nel “ruminare” lo spettacolo a posteriori ho collocato in una diversa prospettiva anche altre scelte registiche, che a posteriori mi sembrano vere e proprie “forzature ideologiche” al testo di Cechov.

    Mi sembra come se il regista (che tra l’altro è anche direttore del teatro, in cattive acque finanziarie, oltreché compagno della Kustermann) abbia proiettato sulla vicenda cechoviana la propria situazione attuale deformandola attraverso una lente ideologica.

    Direi un pessimo servizio alla grandezza del testo di Cechov, di cui si perdono tantissime sfumature e motivi di sofferenza dei personaggi, e soprattutto agli spettatori.

    P.s.: quando avrai finito di leggere il testo mi piacerebbe riparlarne. Io lo trovo straordinario. 🙂

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