L'estasi musicale

Image Hosted by ImageShack.usC’è un momento, generalmente a cavallo dell’adolescenza, in cui si "scopre" la musica. Ad un tratto ci si rende conto che quelli che ci erano sempre sembrati solo dei "motivetti" da canticchiare hanno in realtà una struttura ben più complessa di quanto potesse apparire ad un primo ascolto distratto, poi c’è "l’amico informato" che comincia a spiegare come sono fatti e che suono hanno gli strumenti musicali, e si comincia a discernere un po’ chi sta suonando cosa, e come. Dopo un po’ si inizia a decidere che cosa ci piace e che cosa no.

Questa fase per me è arrivata un po’ tardi, complice la totale assenza di cultura musicale in casa, lo scarso interesse per la radio, le relativamente rare amicizie ed i gusti musicali difficili da accontentare del sottoscritto… in pratica non mi è parso strano, dopo la "scoperta della musica", che più o meno niente di quello che mi era capitato di ascoltare prima mi fosse piaciuto.

Poi c’è stata la fase "bulimica", seguita alla scoperta delle riviste di settore ("Mucchio Selvaggio", "Buscadero", "Rockerilla") che mi segnalavano le novità musicali degne di rilievo. Dischi, inutile dirlo, introvabili nei negozi "normali". Di tutta la mole di musica acquistata allora (si parla di 300 vinili in poco più di un anno) mi resta una memoria sbiadita, poco tempo per l’ascolto e una diffidenza molto spesso motivata nei confronti delle novità.

Occasionalmente mi ritaglio il tempo perché l’uno o l’altro di quei vecchi dischi finisca nuovamente sul piatto a girare, e come ho già scritto non sempre quello che ne esce fuori combacia con il ricordo. In compenso ci sono dischi che, riascoltati a distanza di decenni, mantengono intatta la loro bellezza. "Skylarking" degli XTC è uno di quelli.

Gli XTC nascono come band "new wave" e si evolvono verso un "pop" colto e un po’ ostico, non certo la musica da "suoneria dei cellulari" che ad oggi va per la maggiore, ma capace di vette espressive insuperate. All’epoca furono definiti "gli unici veri eredi dei Beatles", oggi non solo non ci sono band che possano fregiarsi di tale titolo, ma non ci sono neppure "gli unici veri eredi degli XTC".

Per uno difficile di gusti come me, per cui già non è semplice trovare un disco di cui mi piaccia più di un brano, trovarne uno di cui mi piacciano tutti i brani è un’esperienza più unica che rara. "Skylarking" è questo: una lunga e splendida sequenza di canzoni pop dalle melodie oblique, dalla ritmica a volte netta, a volte sbilenca, che si risolvono in ritornelli irresistibili e restano incollate alla corteccia cerebrale già dal primo ascolto. Partridge, Moulding e Gregory ci raccontano "dell’uomo che navigò intorno alla sua anima", del "calderone estivo", del "grande giorno", del "morire", del "ciclo delle stagioni". Linee melodiche che tornano alla memoria intatte a distanza di vent’anni, solo per farmi stupire di quanto sciatta e mediocre sia la musica che quotidianamente "passa il convento". La musica che quotidianamente non ascolto.

E d’altro canto, con le classifiche musicali dominate dal potere d’acquisto degli adolescenti, con il mercato musicale saldamente in mano agli "under21", come ci si può aspettare che venga proposta all’ascolto musica di non immediata comprensione? Purtroppo chi acquista musica oggi, in larghissima misura, lo fa senza memoria, senza storia e senza un minimo di preparazione culturale. E nonostante tutto resto convinto che, se uscisse oggi un album come questo, di più di vent’anni fa, probabilmente si griderebbe da più parti al miracolo.

Un lento scivolare in avanti

In un mondo che sembra non voler cambiare affatto, io continuo a stupirmi per le piccole trasformazioni della vita quotidiana. Ieri, come ogni anno all’interno del corso di Ruotalibera per "Guide di escursioni in bicicletta", ho tenuto la lezione sulla "conduzione dei gruppi". Come ogni anno, per rinfrescare la memoria, mi sono andato a rileggere la dispensa del corso, redatta nel 2000 ed aggiornata nel 2004, e devo confessare che mi sono reso conto dell’evidente scollamento tra quanto ivi descritto e la situazione attuale, tra l’attività escursionistica com’era concepita meno di dieci anni fa e l’oggi.

La trasformazione non ha riguardato l’evento in sé, la ciclo-escursione, le cui modalità sono pressoché invariate da almeno vent’anni (ovvero da quando ho iniziato a praticare questa attività). Sono un po’ cambiate le biciclette (in meglio), sono un po’ cambiate le strade (in peggio), ma la sostanza rimane: un gruppo di persone che attraversa in bici un pezzo di territorio. Quello che è mutato, e molto, è come ci si arriva.

In primis in senso letterale, perché la diffusione, negli ultimi anni, del servizio di trasporto delle bici sui treni ha fatto sì che le uscite in cui si prevedeva il raggiungimento del punto di partenza con auto private sono ormai pochissime, e si limitano a luoghi non raggiungibili con la ferrovia. Al punto che ormai si effettuano meno escursioni in mountain bike proprio per via del progressivo abbandono dell’utilizzo dell’auto.

Ma la trasformazione investe ancora di più la comunicazione: la gestione delle informazioni sulle uscite, ad esempio, è completamente stravolta. Dieci anni fa si pubblicava un calendario cartaceo all’inizio dell’anno con le date, i "titoli" delle uscite ed i numeri di telefono delle Guide. Gli interessati dovevano necessariamente telefonare alla Guida per farsi dare le informazioni sul percorso e l’appuntamento, e solo al momento della partenza i partecipanti ricevevano una "scheda gita" con la descrizione dettagliata del percorso e una mappa.

Addirittura si suggeriva l’escamotage di lasciare tali indicazioni, la settimana prima dell’escursione, nel messaggio registrato di risposta della propria segreteria telefonica. Oggi si dà direttamente il numero di cellulare, e la segreteria (per chi ce l’ha ancora…) serve ormai solo a filtrare lo "spamming" telefonico delle offerte promozionali.

Di più: è considerato normale avere disponibile il tutto direttamente in internet, i percorsi sono tracciati su servizi gratuiti di mappe "on-line" con un dettaglio inimmaginabile e spesso si rende disponibile la traccia GPS per chi desideri ripercorrere il giro da sé. E grazie agli strumenti di pubblicazione "Web 2.0" è possibile condividere il racconto dell’uscita con tutti già dalla sera stessa.

Ancora pochi anni fa si consigliava alla Guida, in caso di incidente, di "procurarsi un telefono cellulare" per chiedere aiuto. Oggi il cellulare ce l’hanno anche i bambini della scuola materna! Il fatto è che l’innovazione, ai giorni nostri (a differenza di quanto immaginavano i mirabolanti racconti della fantascienza degli anni d’oro) non arriva "a gradini", ma è piuttosto come un lento scivolare in avanti. Per questo si finisce col perderne la percezione e pensare che il mondo non cambi.

Salvo poi ritrovarsi, ogni tanto, completamente spiazzati.

Io e Pino

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Io e “Pino” stiamo insieme da quasi vent’anni. Tranquilli, non è un “coming out”, “Pino” è una bicicletta, anche se, dopo tanto tempo, è ormai all’atto pratico un pezzo di me. Raccontare la storia di una bicicletta su un arco temporale così lungo è effettivamente problematico, per cui sarò costretto ad articolare il racconto in più parti. Questa parlerà della gestazione di “Pino”, avvenuta nel luglio del lontano 1989.

A quell’epoca i ciclisti a Roma erano pochissimi e quasi tutti sportivi, le mountain bikes erano trappolone pesantissime, appena concepite e ben lungi dall’aver trovato una propria identità. Io avevo 25 anni e giravo da un anno circa su un pezzo di ferro con la forma di una bici da corsa, marcato “Romeo”, acquistato in quel di via Torino, che all’epoca ospitava uno dei negozi di biciclette più grandi di Roma.

In un anno la “Romeo” aveva percorso quasi 4000 km, perdendo pezzi ad ogni piè sospinto. Ricordo ancora i 15 chilometri percorsi tornando a casa con un pedale staccato dall’asse, come pure la leva del cambio a telaio, di plastica, rimastami in mano in un’altra occasione, ed altre amenità assortite. Inoltre, ormai da alcuni mesi ero entrato a far parte di una neonata associazione cicloambientalista chiamata Pedale Verde, affiliata alla Fiab, ed avevo potuto rendermi conto della differenza abissale tra il mio trespolo e delle bici vere, maturando l’esigenza di un mezzo più idoneo.

Certo è che già all’epoca la mia fantasia viaggiava a briglia sciolta, per cui non potevo accontentarmi di una bici qualsiasi ma ne volevo una un po’ particolare. Vagheggiavo di un cambio al manubrio (che sulle bici da corsa dell’epoca ancora non esisteva), di portapacchi, di triple corone anteriori… insomma una bici da viaggio, oggetto quasi impensabile per la nostra città (per non dire il nostro paese) in quel periodo.

All’interno di Pedale Verde nacque la mia amicizia con Pino, quello vero, proprietario di una botteguccia, sita all’epoca nei pressi di piazza dei Re di Roma, chiamata “Pino Cicli”. Pino aveva deciso di intraprendere il mestiere di “artigiano della bici” con grande passione, sebbene privo dell’approccio semi-maniacale che tale professione a mio parere richiede, provvedendo anche a disegnare un suo semplice logo (PINO) col quale marchiava i telai delle bici che assemblava, come tutti gli altri artigiani. Fu lui ad offrirsi di dar vita all’oggetto dei miei desideri. Cominciammo quindi a ragionare di telai, guarniture, ruote ed altri ammennicoli vari.

Pino cicli

La bottega di Pino sul finire degli anni ’80

(col proprietario all’opera sulle bici dell’epoca)

 

La mia idea iniziale era di partire da un telaio da corsa sul quale montare rapporti molto più corti di quelli in uso all’epoca. In anni in cui le guarniture “ridotte” erano ancora là da venire, e lo standard consisteva in una doppia corona 42-52, io desideravo una tripla anteriore 32-42-52 ma Pino non riuscì a trovarne ad un prezzo compatibile con le mie finanze (e oltretutto tale scelta cozzava con la disponibilità di un deragliatore a corsa lunga da montare sulla staffa saldata al telaio). Decisi quindi di ovviare montando posteriormente un cambio da mountain bike a sei velocità (i pignoni a sette rapporti erano là da venire) con una scalatura “tremenda”: 14-17-20-24-28-32.

In realtà l’unica cosa realmente “tremenda” di questa soluzione era il “salto” tra le prime corone, in particolare i tre denti di differenza tra il 14 e il 17 che mi obbligavano, in pianura, a pedalare quasi sempre con un rapporto troppo leggero o troppo duro. Invece l’accoppiata “da salita” 42×32, all’epoca irrisa da pressoché tutti gli sportivi che commentavano la mia bici, trova oggi riscontro, con le guarniture ridotte, in rapporti come 34×26 o 36×27, non così inusuali tra gli appassionati di salite.

Altra soluzione “incredibile” consisté nell’adattare una coppia di leve cambio sopramanubrio da mountain bike alla parte centrale della piega da corsa, in maniera da avere comandi cambio “sincronizzati” al manubrio, in un’epoca in cui anche i professionisti correvano con il cambio “a leve frizionate” montato sul tubo obliquo del telaio. La modestia mi impedisce di affermare che ero molti anni avanti rispetto al mio tempo… ma non di pensarlo!

Come compromesso tra le specifiche tecniche e le esigenze di budget optai per un telaio Atala 3 tubi Columbus Aelle, non leggerissimo ma solido ed affidabile, montato con una forcella Oria cromata. La storia di come sia diventato di quel colore fucsia fluorescente che si vede nella foto merita un racconto a sé, ed un altro ancora le trasformazioni subite da “Pino” nei suoi quasi diciott’anni di vita, ed un altro ancora le cose che mi ha consentito di fare. Ne racconterò più in là.

Pino1989“Pino” nella sua livrea originaria, fucsia e bianco
(con sella Rolls, pompa, borraccia, parafanghetti e nastro coprimanubrio bianchi)

N.b.: questa storia era stata scritta per il blog Romapedala, ora scomparso.

In morte di Capitan America

Image Hosted by ImageShack.us Ci si può realmente dispiacere per la morte di un personaggio immaginario? Apparentemente sì, almeno a leggere i commenti arrabbiati dei fan in queste ultime ore. Come DC Comics fece con Superman qualche anno fa (con una morte, in quel caso, solo temporanea) così ora accade ad uno dei personaggi storici della casa concorrente, la Marvel, che ha deciso di far morire nientemeno che Captain America, il super soldato vestito della bandiera americana nato nel ’41 per combattere i nazisti.

Il mio incontro con Capitan America data parecchio indietro nel tempo, correva l’anno 1973, avevo nove anni ed ero già appassionato lettore di albi di supereroi quali "l’Uomo Ragno", "I Fantastici Quattro", "Thor" ed altri, pubblicati in Italia dall’editrice Corno da diversi anni. Nel primo numero si narrava la "resurrezione" di Capitan America, congelato per vent’anni in un blocco di ghiaccio, ed il suo ritrovarsi fuori tempo e fuori luogo nell’America degli anni ’60.

Un personaggio strappato dalla sua epoca, facile agli sbandamenti ed alle crisi di identità, con l’unico punto fermo della sua dirittura morale, e degli ideali dell’America di quel tempo: "libertà e giustizia per tutti", anch’essi negli anni portati alla crisi da un sistema politico completamente prono ai dettati dell’economia capitalista.

L’ultima battaglia di Capitan America, nei fumetti, è stata da un lato contro i terroristi, e dall’altro contro l’invasività schiacciante del governo americano, e contro le leggi limitative delle libertà individuali (Patriot Act in testa, seppur non direttamente menzionato).

Ora Capitan America, alias Steve Rogers, è definitivamente morto. Forse è un segno che il mondo della cultura (certo, cultura pop, ma forse proprio per questo più vicina al sentire dei cittadini comuni) vuole mandare a quello della politica. Fatto sta che a noi dispiace, e non tanto per quello che in fondo è sempre stato solo un segno di penna su un foglio di carta, quanto perché in fondo al nostro cuore c’è ancora quel ragazzino di nove anni che non vuole smettere di sognare.

Dio e Darwin

Darwin-1_3508146bQualche settimana fa mi sono trovato a sostenere una discussione sulla contrapposizione tra fede e scienza: io ateo, il mio interlocutore cattolico. Stavo per l’appunto descrivendo il mio favore per la maggior affidabilità e rigorosità del pensiero scientifico-razionale, quando mi è stata posta una domanda interessante. “Se il pensiero scientifico-razionale è tanto più valido della fede, perché non la pensiamo tutti come te?”, ovvero: perché la maggior parte delle persone crede in un Dio?

“Probabilmente”, è stata la mia risposta, “perché ai fini evolutivi e della sopravvivenza degli individui, logica e razionalità non rappresentano necessariamente un vantaggio”. Risposta spiazzante, forse più per me che per lui.

Ritenere la razionalità “più esatta” ed al tempo stesso “meno vantaggiosa” della fede può a prima vista apparire paradossale. Non lo è se si considera il conforto che la fede è in grado di offrire in situazioni di sofferenza. Laddove il freddo razionalista cede alla disperazione e accetta la morte, il credente trova invece la forza di andare avanti e sopravvivere. Senza considerare quanto i gesti altruistici, vantaggiosi per il gruppo, ricevano impulso dalla promessa di una ricompensa nell’aldilà.

A breve distanza da questa intuizione arriva la segnalazione di un lungo ed interessante articolo sulla questione: “Darwin’s God”, pubblicato dal supplemento settimanale del New York Times, che fa il punto sull’acceso dibattito in corso tra gli antropologi. L’articolo merita sicuramente un’attenta lettura, forse addirittura più d’una. Per chi non avesse sufficiente confidenza con la lingua inglese mi limiterò a citarne le conclusioni.

Allo stato attuale il dibattito è ancora aperto sulla reale origine del nostro credere nel soprannaturale, c’è chi lo considera un sottoprodotto di altri adattamenti all’ambiente, c’è chi lo interpreta come un tratto evolutivo a sé stante, quello che appare evidente è la sua funzionalità in termini di sopravvivenza dell’individuo e, forse ancora di più, dei gruppi. Gruppi umani legati da un comune credo risultano infatti più coesi ed efficienti rispetto ad altri nei quali l’assenza di una fede comune produce spinte individualiste, che sulla distanza portano più facilmente a crisi, fratture e disgregazione e ad incidere negativamente sul successo evolutivo dei singoli.

In ultima analisi, conclude l’articolo, mentre tramonta la convinzione illuminista che il progresso scientifico porterà come naturale conseguenza il declino delle religioni, appare sempre più evidente che, indipendentemente da quante cose la scienza potrà spiegare, la fede continuerà a colmare quella lacuna strutturale nell’architettura mentale del cervello umano che corrisponde ad un “desiderio di sovrannaturale”.

Con buona pace degli atei razionalisti.

Il Senso Segreto

Image Hosted by ImageShack.usManco da un po’, ma vedrò di rifarmi. Anzi, probabilmente a questo giro sarò un po’ prolisso, per cui mettetevi comodi. Tutto iniziò nel lontano… 1979? 1939? Cominciamo dalla fine.

Sabato scorso ero a casa di parenti, col mio telescopio “da campo”, il piccolo Meade ETX da 70mm di diametro montato in giardino per osservare l’eclissi di Luna. Tra una nuvola e l’altra “acchiappo” anche Saturno, e si scatena il consueto coro di “Oooh!”, “Incredibile”, “Fantastico”, poi la Luna inizia ad entrare nel cono d’ombra della Terra ed io ho un Flashback di venticinque anni fa: la mia prima eclissi di Luna, vista dal terrazzo di casa.

Dev’essere stato questo che ha sbloccato il ricordo di un racconto di Isaac Asimov che parlava di Marziani. Già, i Marziani. Icona pop fino agli anni ‘50, già nel ‘79 erano ridotti a poco più che qualche riga sui libri di archeoastronomia, e relegati alle ristampe di vecchie storie di fantascienza, che comunque Mondadori non ci faceva mancare. Sul finire dei ‘70 Urania aveva ancora l’ardire di pubblicare, assieme ad autori pregevoli, scrittori assolutamente impresentabili, Philip Dick era ben lungi dall’aver riconosciuta in vita la gloria postuma che oggi lo rende un oggetto di culto, e l’autore più gettonato era proprio il “buon dottore”: Isaac Asimov.

Il racconto, intitolato “il senso segreto”, parla di un popolo di Marziani umanoidi, in cui tutti i cinque sensi umani sono estremamente flebili, ma compensati in ciò da un “sesto senso”, la capacità di percepire le correnti elettriche, che in noi umani risulta latente ma completamente atrofizzato. Il protagonista, terrestre, dapprima prova pietà per queste povere creature dalle percezioni ridotte, ma quando i marziani si offrono di fargli provare, per un’unica ed irripetibile volta, l’emozione di comprendere di che si tratti, ne ha un’esperienza assolutamente fantasmagorica. Il guaio è che, passato il breve lasso di tempo in cui il suo “senso” latente è stato risvegliato, il collasso della immaginaria “glandola” responsabile della percezione lo rende di nuovo, e per sempre, cieco all’esperienza, con in più la disperazione di aver conosciuto una tale meraviglia ed averla persa per sempre.

Una curiosità: ripescando nella libreria il vecchio volume, datato appunto 1979 ed all’epoca acquistato nuovo fiammante in edicola, leggendo le note ho scoperto che tale racconto, scritto nel 1939, non fu mai venduto, se non per la cifra simbolica di cinque dollari!

All’epoca storie simili venivano ancora considerate dei “classici”, e la fantascienza godeva di buona salute. Non ci si era ancora resi conto che la corsa allo spazio era già finita, e non si poteva sapere che a trent’anni di distanza avremmo guardato a quei racconti con lo stesso distacco con cui già allora si guardava a Jules Verne, relegato al rango di “narrativa per ragazzi”.

Non so dire perché questo racconto mi sia rimasto così impresso. Forse la mia giovane età, quindici anni, forse il fatto che vi colsi una formidabile metafora della vita, in cui più puntiamo in alto, più accediamo a cose straordinarie, più corriamo il rischio di perderle per sempre e ripiombare nella disperazione. Forse proprio il fatto che Asimov, raccontando di Marziani, ci parlava di noi stessi.

Lucchetti

Quanta distanza corre tra sentimento e distruzione? Tra affetto e vandalismo?
Poca, probabilmente, almeno a giudicare dalla vicenda dei lucchetti sul lampione di Ponte Milvio (assurta recentemente alla ribalta delle cronache). Personalmente non condivido affatto la posizione del sindaco Veltroni, che mi sembra puramente orientata al conseguimento di consensi elettorali, quei lucchetti sono decisamente brutti e deturpano il ponte.

Al di là delle considerazioni estetiche quoto integralmente il pensiero di Bikediablo: sono gesti dettati più dal bisogno di apparire e di omologarsi che da reali esigenze. E se proprio si devono fare cose sciocche, se ne possono benissimo fare altre che non vandalizzino i monumenti. Discutendone mi è tornato in mente un aforisma di recente parto: "A volte mi sento inutile. Poi mi guardo intorno, e vedo cose che mi fanno rivalutare perfino l’inutilità".

De’ remi facemmo ali al folle volo

Quando ci si innamora è sempre una bella cosa. Anche se non si tratta di una persona vivente, ma magari solo di un poeta morto da otto secoli. Detta così sembra un po’ bizzarra, ma è esattamente quello che mi è accaduto poc’anzi. Complice un “compito a casa” del laboratorio teatrale che sto frequentando.

L’insegnante ci dice, alla fine della lezione: “per la prossima volta portate una poesia”, e aggiunge “…magari non Dante, se proprio non siete convinti”. Io parto con Leopardi, adoro “l’infinito”, poi ci ripenso, in fondo, Dante… Cerco un po’ in Internet, scarto il conte Ugolino (davvero troppo tragico!) e concedo una chance ad Ulisse.

Bello! Potente! Lo leggo e lo rileggo, ed ecco che mi tornano su gli studi superiori, la cosmogonia dantesca, le perifrasi. “Fatti non foste a viver come bruti”, “de’ remi facemmo ali al folle volo”, “ma misi me per l’alto mare aperto”, “infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”… non passano ventiquattr’ore che ho già deciso.

Ma non è tutto, a forza di ripetere questi versi ormai li so a memoria. Per cui vi lascio con questa meraviglia del ‘200.

    “Lo maggior corno de la fiamma antica
    cominciò a crollarsi mormorando,
    pur come quella cui vento affatica;

    indi la cima qua e là menando,
    come fosse la lingua che parlasse,
    gittò voce di fuori e disse: “Quando

    mi diparti’ da Circe, che sottrasse
    me più d’un anno là presso a Gaeta,
    prima che sì Enëa la nomasse,

    né dolcezza di figlio, né la pieta
    del vecchio padre, né ’l debito amore
    lo qual dovea Penelopè far lieta,

    vincer potero dentro a me l’ardore
    ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
    e de li vizi umani e del valore;

    ma misi me per l’alto mare aperto
    sol con un legno e con quella compagna
    picciola da la qual non fui diserto.

    L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
    fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
    e l’altre che quel mare intorno bagna.

    Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
    quando venimmo a quella foce stretta
    dov’ Ercule segnò li suoi riguardi

    acciò che l’uom più oltre non si metta;
    da la man destra mi lasciai Sibilia,
    da l’altra già m’avea lasciata Setta.

    “O frati”, dissi “che per cento milia
    perigli siete giunti a l’occidente,
    a questa tanto picciola vigilia

    d’i nostri sensi ch’è del rimanente
    non vogliate negar l’esperïenza,
    di retro al sol, del mondo sanza gente.

    Considerate la vostra semenza:
    fatti non foste a viver come bruti,
    ma per seguir virtute e canoscenza”.

    Li miei compagni fec’ io sì aguti,
    con questa orazion picciola, al cammino,
    che a pena poscia li avrei ritenuti;

    e volta nostra poppa nel mattino,
    de’ remi facemmo ali al folle volo,
    sempre acquistando dal lato mancino.

    Tutte le stelle già de l’altro polo
    vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
    che non surgëa fuor del marin suolo.

    Cinque volte racceso e tante casso
    lo lume era di sotto da la luna,
    poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

    quando n’apparve una montagna, bruna
    per la distanza, e parvemi alta tanto
    quanto veduta non avëa alcuna.

    Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
    ché de la nova terra un turbo nacque
    e percosse del legno il primo canto.

    Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
    a la quarta levar la poppa in suso
    e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,

    infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”.

P.s.: a leggere certe recenti diatribe sul cosiddetto “diritto d’autore” mi sorgono spontanee due considerazioni. La prima è che, per fortuna, dopo otto secoli Dante è patrimonio di tutti. La seconda è una domanda: può un autore, un artista, considerare l’intera umanità (e non solo pochi parenti) erede della sua opera?

In questo mondo di Blogger

In questo mondo di Blogger, onestamente comincio un po’ a perdermi…
In questi giorni ho cercato, peraltro con qualche successo, di intervenire nella questione dello scandaloso portale www.italia.it: ho messo su un post mio, ho variamente commentato qua e là nei blog altrui, ho cercato di seguire link e controlink. Risultato: sono cotto!

Io scrivo un post, gente mi commenta, voglio capire chi sono, leggiucchio I loro blog, di qualcuno prendo il feed, commento qua e là qualche post interessante, seguo i link che i commentatori mi rimandano, trovo articoli interessanti in giro qua e là, commento qualcuno di questi post… poi vorrei sapere che fine fanno le mie osservazioni, quindi ritorno sui post che ho commentato, trovo gente che ha risposto ai miei commenti, rispondo ai nuovi commenti, alcuni mi rimandano altri links, visito i nuovi links… aiuto! Qualcuno/a mi fermi!!!!

In tutto questo mi è sovvenuto un ripensamento sulle modalità in cui questo lavoro di “elaborazione collettiva delle idee e delle informazioni” si svolge, improntato all’anarchia più sfacciata e plateale. Devo dire che l’idea di un sistema assolutamente anarchico la trovo affascinante, ma fin qui non mi ero mai reso veramente conto di quanta fatica costi parteciparvi.

Comincia a diventare più che necessario uno strumento in grado di aggregare al volo tutti questi contenuti in una struttura “a cascata” in base all’argomento. Rimbalzare da un sito all’altro in continuazione è allucinante.