il governo del popolo

Ringrazio Stefano Gerosa per la lunga riflessione inserita nei commenti al mio ultimo post. È raro che un commento sia più lungo e "denso" del post che lo ha generato, e per dargli il giusto rilievo, piuttosto che insistere nello spazio "minore" dei commenti, riprendo il discorso direttamente da qui. Evidentemente quelli affrontati sono problemi che hanno "scottato" non solo me e Stefano ma parecchi "attivisti del volontariato". Concordo con lui che definire la democrazia una "ideologia" è già un bel passo avanti per inquadrare il problema in maniera diversa.

Siamo soliti definire la democrazia, il "governo del popolo", semplicemente in contrapposizione ad altre forme di governo su base più ridotta (monarchia, oligarchia, plutocrazia…), ed a preferirla in maniera quasi ideologica sottovalutando che non è "condizione necessaria e sufficiente" a garantire l’eticità delle scelte che vengono operate. In passato ho spesso sintetizzato la questione in un mio personale aforisma: "quando una minoranza opprime una maggioranza la chiamiamo dittatura, ma quando una maggioranza opprime una minoranza la si può benissimo chiamare democrazia".

Accade su larga scala in diversi paesi del mondo, penso ai Curdi, ai Ceceni, agli indios del Messico, al destino delle "nazioni indiane" quando si sono ritrovate schiacciate dalla pressione demografica (e dalla superiorità tecnologica) dell’Europa, agli aborigeni australiani, perfino ai Maori. Accade su piccola e piccolissima scala all’interno delle associazioni. In tempi in cui la "democrazia" viene "esportata" a suon di bombe a grappolo ed occupazioni "manu militari" di stati sovrani direi che è il caso di ragionarci su con la necessaria attenzione.

Sottoscrivo la sua affermazione che "la democrazia non è possibile senza la responsabilità", ma siamo proprio sicuri che una forma democratica sia il miglior sistema di funzionamento di un’associazione? Siamo sicuri che sia inattaccabile all’insorgere di forme più dirigiste ed illiberali?

Porto il mio esempio personale. Dopo sei anni di presidenza (e sei mesi buoni di critiche sempre più pesanti al mio operato, complice lo stress dell’organizzazione del Cicloraduno Fiab) ho rassegnato le dimissioni dall’associazione Ruotalibera-Fiab (e poco dopo da "invitato" al C.N. Fiab). All’epoca consideravo l’uso "intensivo" della posta elettronica come un potente strumento di democrazia all’interno dell’associazione (peraltro continuo a pensarlo), ma ad oggi, a più di due anni dalle mie dimissioni, l’uso della posta elettronica come strumento di dialettica e confronto interno, soprattutto nei confronti degli associati, è pressoché azzerato, apparentemente senza che nessuno se ne lamenti.

Due anni fa spinsi per strutturare il sito dell’associazione come un Blog, per estendere e veicolare questa "dialettica interna" anche verso l’esterno (devo dire con buoni risultati, almeno a giudicare dal numero di commenti ai miei post di allora), finché questa "dialettica" non è sfociata in una mia personale dissociazione da alcune scelte del consiglio direttivo (scelte che ritenevo "poco democratiche"), e mi si è fatto capire che il dissenso non era gradito. A quel punto ho, per così dire, "fatto le valigie" e lasciato il sito ai suoi "legittimi proprietari" (si vedano i commenti al post linkato). Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Attualmente nell’associazione c’è molto meno dibattito, circola forse meno informazione, a meno persone è richiesto l’impegno di conoscere e ragionare su cosa viene fatto e la forma più gettonata di "partecipazione" corrisponde in larga misura alla "delega in bianco" al gruppo dirigente. Abbastanza democraticamente si è scelto di ridimensionare gli spazi e gli strumenti di elaborazione democratica, relegando ogni residuo dibattito ai contatti interpersonali diretti o alle riunioni.

Senza indulgere in paralleli storici probabilmente fuori luogo (per dire, anche Adolf Hitler, prima di instaurare la dittatura nazista, fu eletto in regolari e democratiche elezioni), sono convinto che sotto la generica definizione di "democrazia" si apra un ventaglio di opzioni e possibilità non tutte fortemente desiderabili, e che non siano in pochi quelli disposti a barattare la propria responsabilità decisionale con la minor fatica di delegare altri. Alla fin fine bisogna distinguere tra due finalità ben diverse: da un lato la partecipazione "attiva" civile e la diffusione di idee, dall’altra la fruizione "passiva" dei "prodotti" dell’associazione, come uscite in bici e/o escursioni. Inevitabilmente la strutturazione ed il peso del dialogo e della dialettica interna finiscono col premiare l’una piuttosto che l’altra.

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