Democrazia e suoi contrari

Ieri, attraverso percorsi che non mi sono ancora ben chiari, sono finito sul Blog di Leonardo che, per chi non lo sapesse (io non lo sapevo, perlomeno fino a ieri), è uno dei blogger più famosi d’Italia, tanto che dai suoi scritti on-line è stato tratto e pubblicato un libro. Senza rendermene ben conto sono capitato su un paio di articoli datati 2004 (prima parte e seconda parte) riguardanti un tema sul quale ho avuto modo di ragionare anche io, ovvero la democraticità dei movimenti.

Invero raramente mi sono ritrovato a confrontarmi con platee superiori alle poche decine di persone, ma le dinamiche descritte si producono anche su scale molto più ridotte, comprese le piccole associazioni. Tutto funziona bene finché si è concordi sugli argomenti da discutere, sulle priorità, sulla linea d’azione. Quando cominciano ad esserci divergenze sostanziali si mettono in atto meccanismi davvero spiacevoli.

Il primo, ed il più tipico, consiste nel dare priorità ad alcuni temi di discussione piuttosto che ad altri, nello spendere la maggior parte del tempo in discussioni "muro contro muro" che portano solo allo sfinimento dei presenti, nel marginalizzare alcune proposte "scomode" e nel seppellirne altre rimandandole indefinitamente a riunioni future. La cosa più spettacolare, in tutto ciò, è che molto spesso chi mette in atto questo tipo di dinamiche è fermamente convinto/a, dentro di sé, di stare dando vita ad un meccanismo perfettamente democratico, quando invece sta solo fieramente combattendo e demotivando le persone che in teoria dovrebbero stare dalla sua parte.

Non so se finirò col leggere il trattato di sociologia che Leonardo cita, e dalle cui conclusioni parte, ma sento di aver già attraversato, e vissuto sulla mia pelle, parecchie delle situazioni che vi vengono descritte.

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2 thoughts on “Democrazia e suoi contrari

  1. Caro Marco

    ti ringrazio per la “provocazione”. E’ un tema che ogni tanto salta fuori in ogni associazione. E rifletterci è cosa sana (“buona e giusta”).

    Visto che in FIAB, più o meno, abbiamo percorso le stesse strade (a livello nazionale) e strade parallele (a livello locale, visto che abitiamo in città molto lontane e diverse), conosciamo entrambi certi problemi e, credo, questa sia una riflessione molto interessante.
    Non ho letto il libro citato e, probabilmente, non lo leggerò (ho troppo da fare e altri libri, parecchi libri e articoli, al momento, da leggere).
    Però, con l’esperienza, mi sono fatto una mia idea personale.

    Innanzitutto bisognerebbe intendersi sul tema di “democrazia”. Infatti è un concetto che si è evoluto storicamente. Ho letto l’anno scorso (solo per metà, lo devo confessare, la prima parte dalla Grecia alla Rivoluzione Francese è la più interessante, poi si fa tediso) il bel libro di Luciano Canfora “Democrazia. Storia di un’ideologia”. E il titolo, direi, dice già molto. Quindi teniamo conto del fatto che questa discussione è già inficiata dal fatto che ognuno ha una sua idea diversa sulla democrazia.

    Tornando a noi, trovo diversa, profondamente diversa la “democrazia praticabile” nelle piccole e media associazioni di volontariato, con poche risorse economiche e umane, rispetto a quella delle Istituzioni o di grandi organizzazioni.

    Cioè, se un Ente qualsivoglia, ha una struttura composta da molti dipendenti, dirigenti, ecc. ecc. e un cospicuo patrimonio, è ovvio che al vertice c’è una struttura meramente decisionale la cui democraticità possiamo valutare nel concreto, verificando i meccanismi con i quali si discute e si approva, con regole ben determinate (e nei limiti della “missione” istituzionale dell’ente in questione), su cosa devono lavorare questi dipendenti, come vanno impiegati i fondi disponibili, ecc. ecc.
    In pura teoria, più “ricco” e potente è l’Ente in questione, più tempo e risorse (economiche e umane) possono essere impiegate in questa struttura meramente decisionale.

    Nelle medie e piccole associazioni la musica cambia. Le decisioni su “cosa” fare devono tener necessariamente conto di cosa “vogliono” fare i volontari. Se, dopo lunga discussione, la maggioranza dei soci che però non fa nulla delibera che si suoni Verdi, mentre gli unici tre volontari attivi sanno o vogliono suonare solo Rossi (e non ci sono soldi per trovare qualcuno che, a pagamento, suoni Verdi), non c’è alternativa:
    – o quelli che non fanno mai niente trovano tra di loro uno che suona Verdi e lo eleggono Presidente
    – o si rassegnano ad ascoltare Rossi, valutando che seppur sarebbe meglio Verdi, meglio Rossi che niente.
    – o sciolgono l’associazione, o c’è una scissione, o sopravvive solo l’associazione pro- Rossi, molto ridimensionata
    Supponiamo ovviamente che non ci siano “personalità contorte”. Fino che i componenti dell’associazione sono persone mature e realiste, discutono civilmente, non protraggono la discussione oltre un certo tempo, alla fine prendono atto delle divergenze e decidono serenamente il da farsi.
    In situazioni del genere può anche succedere che prevalga uno spirito “amichevole” del concepire l’associazione e che si trovi il modo di far suonare entrambi i musicisti, coinvolgendo alcuni soci non attivi. A volte soluzioni del genere non si trovano solo per l’esasperato personalismo di alcuni (non capaci, anche quando si rendono conto di aver sbagliato, di tornar indietro). Altre volte le due scelte possono essere effettivamente in antitesi e l’amicizia e il “vogliamoci bene” non servono a niente (se non a lasciarsi senza rancor).
    L’ideale democratico per alcuni “verdiani” potrebbe essere quello che la discussione serva a convincere i dirigenti “rossiani” che la loro idea è migliore. Penso sia un concetto un po’ troppo ottimistico. A volte accade e per questo serve discutere e serve anche capacità di ascolto. Però alla fine, se le posizioni restano distanti, bisogna prenderne atto e decidere democraticamente il da farsi (a volte votare).
    In entrambi i casi diventa insopportabile chi non accetta di arrivare ad una conclusione e invece vuole trovare una soluzione amichevole a tutti i costi (1° caso) o continuare a discutere all’infinito (2° caso). Spesso le due cose si intrecciano. E questi continuano a dire le stesse cose e a contorcersi. Questo porta inevitabilmente a frustrazioni da entrambe le parti. Nel volontariato non c’è nulla di peggio.

    Credo quindi, tutto sommato, nel dibattito contenuto in un tempo ragionevole seguito da un sano e sbrigativo “decisionismo” (parlo sempre di piccole medie associazioni di volontariato). Vedo che le associazioni che funzionano così sono quelle di maggior successo.
    A volte, ad es., ci sono un Presidente e 4 membri del Direttivo (o semplici volontari non importa) attivissimi, in sintonia tra di loro, che hanno le idee chiare su cosa fare e le portano avanti. In questi casi si può intervenire con delle proprie proposte, ma se non sono accettate o non sono capite dai più è assolutamente distruttivo “incapponirsi” contro la dirigenza e avvilire tutti con le solite obiezioni: dovete fare così, dovete fare cosà. Si finisce per l’essere guardati in cagnesco, come “spaccacoglioni”, da chi in genere ha voglia di fare delle cose, ha già le idee chiare e non ha voglia di stare lunghe ore a discutere. E’ perfettamente inutile, anzi dannoso, tirare in ballo la democrazia e creare “fronde” contro la dirigenza. Invece o si esce dall’associazione (e magari se ne fa un’altra), o ci si propone in prima persona per delle attività che realizzano i propri obiettivi (e che, in genere, se sono pensate nell’ambito delle normali attività dell’associazione, è facile che vengano accettate; almeno questa è la mia esperienza personale …. mai mi hanno detto di no quando ho detto “ci penso io”, mentre molti no quando ho detto “fate voi così” perchè io voglio comunque fare altre cose).
    Se uno invece si trova in un’associazione dove i dirigenti stessi hanno idee divergenti tra di loro, le idee non sono chiare, ecc. ecc. si può discutere all’infinito ma il rischio è comunque la paralisi o la stasi sulle poche cose basilari che si perseguono. Cosa fare? Basta le democrazia? Ho qualche dubbio. A mio parere nel volontariato serve sempre un gruppo dirigente di traino, al quale occorre dare una certa fiducia, che non va “sfinito” con le accuse e discussioni eterne che dicevo, ecc. ecc.
    Quando si creano certe fratture non solo è più realistico, ma è meglio una bella scissione (difficile che accada, ma meglio se consensuale). E che poi “vinca” il migliore.

    Un buon metodo, democratico-realistico, è quello che ho sperimentato a suo tempo nei primi anni di vita della mia associazione locale.
    Si faceva, in genere in un agriturist di campagna, un ritiro, una “due giorni”, alla quale partecipano (con pari diritti) membri del Direttivo e soci attivi. Si faceva un’analisi sulle cose fatte, sui risultati ottenuti, anche su quanto ci eravamo prefissi e perchè non si era riusciti (senza accusare nessuno ma poi c’era sempre anche qualche sana autocritica). Si discuteva poi, e ognuno votava su una lista di cose su quali avrebbero dovuto essere OBIETTIVI e AZIONI del prossimo anno. Poi si passava a VERIFICARE su chi era disponibile a lavorare su quegli OBIETTIVI E AZIONI. Immancabilmente saltavano fuori OBIETTIVI e AZIONI, magari anche stravotati, ai quali non avrebbe voluto lavorare nessuno. Quindi, se nessuno si riproponeva, venivano “cassati”. La democraticità era quindi si decidere insieme cosa si doveva fare ma anche assumersene la responsabilità. Se vogliamo fare la morale, la democrazia non è possibile senza la responsabilità.

    Stefano Gerosa

  2. Se volete farvi del male, diventate – come me – volontari della Croce Rossa.
    Anzi, della Croce Rossa Italiana… strana creatura, che lascia tuttora perplessi i responsabili del CICR di Ginevra, ossia la CR mondiale.

    La CRI, come in tutte la nazioni, nasce come volontariato, ma poi qualcuno – erano gli anni ’20, potete immaginare di chi sto parlando – decise di trasformarla in ente pubblico. E tale e’ rimasto finora: 4000 dipendenti e 300000 volontari, 7 diverse componenti con ruoli spesso simili (pero’ e’ cosi’ bello avere 7 capi, 7 vicecapi etc., perche’ mai dovremmo fare come nel resto del mondo, dove c’e’ solo una componente, e sono tutti volontari?).

    Proprio l’altro ieri sono stato ad una riunione, e si e’ parlato dei soliti problemi.. tra l’altro la situazione romana e’ ancora piu’ strana, in quanto i volontari non hanno un comitato locale, come nel resto d’Italia, ma dipendono dal comitato provinciale, ossia dai dipendenti. Per esempio, il regolamento nazionale dice che le divise dovrebbe fornircele mamma CRI appena entrati… io sono 6 anni che aspetto.
    E potrei raccontare molte brutte storie, pero’ me ne astengo, per vari motivi.
    Ho solo voluto prendere spunto dalla distinzione tra enti e associazioni fatta da Stefano… io appartengo ad un’associazione che fa parte di un ente, e spesso non e’ facile continuare a crederci.

    Marcello

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