Una grande lezione di scrittura

Image Hosted by ImageShack.usA scuola ci insegnano che scrivere consiste nell’aggiungere una parola dietro l’altra. Poi ci insegnano come si strutturano le frasi: soggetto, predicato, complemento (anche queste definizioni, mi dicono, negli ultimi anni sono state riviste, ma poco importa…), e quindi come si concatenano le frasi tra loro. Tutto ciò, però, in modo molto piatto e formale. In sostanza impariamo a malapena a leggere, e nessuno ci insegna davvero a scrivere. Finita la scuola veniamo lasciati a noi stessi, liberi di perdere progressivamente anche queste risicate conoscenze. Come spesso accade.

D’altro canto la perdita della capacità di formulare pensieri dotati di una forma accettabile non è d’impedimento, nel nostro paese, ad alcun tipo di carriera. Dal calciatore incapace di articolare frasi di senso compiuto, al presentatore in perenne conflitto coi congiuntivi, all’uomo politico prolisso ed inconcludente, gli esempi sono infiniti, l’imbarbarimento dilagante e l’analfabetismo "di ritorno" sempre più diffuso.

In mezzo a tale straripante sciatteria, non estranea perfino ad opere con pretese letterarie, stupisce incontrare scrittori che si ergono come titani in mezzo al deserto. Ernest Hemingway è indubbiamente uno di quelli.

Per solito, da appassionato di un genere "minore" quale la fantascienza, le mie incursioni nelle letteratura "mainstream" sono abbastanza infrequenti. Faccio delle rare eccezioni per pochi autori particolarmente versati sul piano dello stile, e sistematicamente mi scopro disabituato ad una scrittura tanto elegante ed efficace, tanto netta, precisa, implacabile nel descrivere luoghi, situazioni, personaggi, da lasciare dietro di sé emozioni vere: dolore, frustrazione, senso di abbandono, al posto del generico "divertissement intellettuale" che solitamente ricerco nella letteratura "leggera".

Per chi suona la campana, letto nelle ultime settimane, spesso a poche pagine per volta, nei ritagli di tempo, sui mezzi pubblici o prima di addormentarmi, mi ha regalato un pezzo di vita vera, una storia di guerra vissuta e raccontata con lucido disincanto, la narrazione di un idealismo talmente astratto da sconfinare nel desiderio di morte. Una scrittura tanto intensa da risultare faticosa, sul piano emotivo, anche se presa a piccole dosi. Ora però mi serve una pausa.

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10 thoughts on “Una grande lezione di scrittura

  1. per gustarti Hemingway a piccole dosi tieniti a portata di mano i 49 racconti
    (se vuoi uno stimolo in più, prova a identificare quale commedia sexy degli anni 70 si è ispirata al primo “Breve la vita felice di Francis Macomber”)

  2. I “49 racconti” li lessi anni fa. Fu il mio primo contatto “maturo” con Hemingway e ad oggi non ricordo chi me li regalò. Fu lì che ritrovai “Francis Macomber”, solo per rendermi conto che, in effetti, avevo conosciuto Hemingway molto prima, ai tempi della scuola media. Un brandello di quel racconto era stato inserito nella mia antologia scolastica, solo che si trattava della parte centrale, ovvero qualcosa che non aveva, letteralmente, né capo né coda. A quei tempi trovai il “frammento” del tutto incomprensibile, mentre a posteriori trovo il racconto completo assolutamente eccezionale.

    Mi resta la domanda: che senso ha mutilare una storia al punto da renderla incomprensibile? E’ forse una maniera sensata di far amare la letteratura?

  3. >E’ forse una maniera sensata di far amare la letteratura?

    Tutto fa pensare che il compito della scuola e’ quello opposto, ossia di fare odiare la letteratura.
    Alzi la mano chi ha letto la Divina Commedia o i Promessi Sposi, una volta venuto meno l’obbligo di studiarli.

    Io mi sono avvicinato a Shakespeare da poco – avendo studiato francese a scuola – ed ho scoperto che non solo e’ bello, ma e’ anche attuale come contenuti.
    Da quel che mi raccontavano i miei fratelli maggiori all’epoca del liceo, non ci avrei mai creduto…

  4. Si’, avevo letto il tuo post, ma neanche ci pensavo, visto che non ho mai letto nulla di Shakespeare in italiano; mi riferivo piuttosto ai ricordi dei miei fratelli che ne parlavano come di un qualcosa di una noia mortale. E’ per questo che ho scoperto il bardo alla vigilia dei 40 anni, quasi per caso.

    E’ comunque vero che spesso e’ vero il detto traduttore=traditore… spesso si leggono delle “chicche” – se vogliamo chiamarle cosi’ – che fanno pensare che quello del traduttore dall’inglese sia uno dei mestieri meno pagati e gratificanti, per cui chi ci si dedica non ci mette il cuore, ma cerca di sbrigarsi prima possibile. E da fonti di prima mano so che in genere e’ cosi’, purtroppo…
    Recentemente ho preferito ricomprare un libro e farmelo arrivare dagli States (in poco meno di tre mesi, ahime’), perche’ la traduzione era davvero incomprensibile.

    Il massimo fu pero’ quella volta che lessi un articolo sulla “polluzione atmosferica”… non sono uscito di casa per una settimana!

  5. Io acquistai in Grecia, nel ’90, un brick di succo di frutta in cui l’etichetta riportava, nella traduzione italiana, la frase: “non contiene preservativi”… e meno male! 🙂

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