Io e Pino

Io e “Pino” stiamo insieme da quasi vent’anni. Tranquilli, non è un “coming out”, “Pino” è una bicicletta, anche se, dopo tanto tempo, è ormai all’atto pratico un pezzo di me. Raccontare la storia di una bicicletta su un arco temporale così lungo è effettivamente problematico, per cui sarò costretto ad articolare il racconto in più parti. Questa parlerà della gestazione di “Pino”, avvenuta nel luglio del lontano 1989.

A quell’epoca i ciclisti a Roma erano pochissimi e quasi tutti sportivi, le mountain bikes erano trappolone pesantissime, appena concepite e ben lungi dall’aver trovato una propria identità. Io avevo 25 anni e giravo da un anno circa su un pezzo di ferro con la forma di una bici da corsa, marcato “Romeo”, acquistato in quel di via Torino, che all’epoca ospitava uno dei negozi di biciclette più grandi di Roma.

In un anno la “Romeo” aveva percorso quasi 4000 km, perdendo pezzi ad ogni piè sospinto. Ricordo ancora i 15 chilometri percorsi tornando a casa con un pedale staccato dall’asse, come pure la leva del cambio a telaio, di plastica, rimastami in mano in un’altra occasione, ed altre amenità assortite. Inoltre, ormai da alcuni mesi ero entrato a far parte di una neonata associazione cicloambientalista chiamata Pedale Verde, affiliata alla Fiab, ed avevo potuto rendermi conto della differenza abissale tra il mio trespolo e delle bici vere, maturando l’esigenza di un mezzo più idoneo.

Certo è che già all’epoca la mia fantasia viaggiava a briglia sciolta, per cui non potevo accontentarmi di una bici qualsiasi ma ne volevo una un po’ particolare. Vagheggiavo di un cambio al manubrio (che sulle bici da corsa dell’epoca ancora non esisteva), di portapacchi, di triple corone anteriori… insomma una bici da viaggio, oggetto quasi impensabile per la nostra città (per non dire il nostro paese) in quel periodo.

All’interno di Pedale Verde nacque la mia amicizia con Pino, quello vero, proprietario di una botteguccia, sita all’epoca nei pressi di piazza dei Re di Roma, chiamata “Pino Cicli”. Pino aveva deciso di intraprendere il mestiere di “artigiano della bici” con grande passione, sebbene privo dell’approccio semi-maniacale che tale professione a mio parere richiede, provvedendo anche a disegnare un suo semplice logo (PINO) col quale marchiava i telai delle bici che assemblava, come tutti gli altri artigiani. Fu lui ad offrirsi di dar vita all’oggetto dei miei desideri. Cominciammo quindi a ragionare di telai, guarniture, ruote ed altri ammennicoli vari.

La bottega di Pino sul finire degli anni ’80
(col proprietario all’opera sulle bici dell’epoca)

La mia idea iniziale era di partire da un telaio da corsa sul quale montare rapporti molto più corti di quelli in uso all’epoca. In anni in cui le guarniture “ridotte” erano ancora là da venire, e lo standard consisteva in una doppia corona 42-52, io desideravo una tripla anteriore 32-42-52 ma Pino non riuscì a trovarne ad un prezzo compatibile con le mie finanze (e oltretutto tale scelta cozzava con la disponibilità di un deragliatore a corsa lunga da montare sulla staffa saldata al telaio). Decisi quindi di ovviare montando posteriormente un cambio da mountain bike a sei velocità (i pignoni a sette rapporti erano là da venire) con una scalatura “tremenda”: 14-17-20-24-28-32.

In realtà l’unica cosa realmente “tremenda” di questa soluzione era il “salto” tra le prime corone, in particolare i tre denti di differenza tra il 14 e il 17 che mi obbligavano, in pianura, a pedalare quasi sempre con un rapporto troppo leggero o troppo duro. Invece l’accoppiata “da salita” 42×32, all’epoca irrisa da pressoché tutti gli sportivi che commentavano la mia bici, trova oggi riscontro, con le guarniture ridotte, in rapporti come 34×26 o 36×27, non così inusuali tra gli appassionati di salite.

Altra soluzione “incredibile” consisté nell’adattare una coppia di leve cambio sopramanubrio da mountain bike alla parte centrale della piega da corsa, in maniera da avere comandi cambio “sincronizzati” al manubrio, in un’epoca in cui anche i professionisti correvano con il cambio “a leve frizionate” montato sul tubo obliquo del telaio. La modestia mi impedisce di affermare che ero molti anni avanti rispetto al mio tempo… ma non di pensarlo!

Come compromesso tra le specifiche tecniche e le esigenze di budget optai per un telaio Atala 3 tubi Columbus Aelle, non leggerissimo ma solido ed affidabile, montato con una forcella Oria cromata. La storia di come sia diventato di quel colore fucsia fluorescente che si vede nella foto merita un racconto a sé, ed un altro ancora le trasformazioni subite da “Pino” nei suoi quasi diciott’anni di vita, ed un altro ancora le cose che mi ha consentito di fare. Ne racconterò più in là.

“Pino” nella sua livrea originaria, fucsia e bianco
(con sella Rolls, pompa, borraccia, parafanghetti e nastro coprimanubrio bianchi)

N.b.: questa storia era stata scritta per il blog Romapedala, ora scomparso

4 thoughts on “Io e Pino

  1. Conoscendo la tua Pino (a proposito: alle bici di solito si danno nomi di donna…), devo dire che la situazione è molto cambiata rispetto all’originale: tripla corona, pacco pignoni a sette velocità 12-28, cambio al telaio indicizzato.
    Mi fai pensare un po’ alla mia MTB, la Lee Cougan che comprammo insieme da Mister Bike e che proprio in questi giorni ha compiuto 10 anni (azz, come passa il tempo!), la mia prima “bici seria”: sì, ha compiuto dieci anni, ma è ancora lei, dopo che praticamento ho cambiato TUTTI i componenti, tranne il telaio, nel corso degli anni?
    E’ vero che il telaio è ciò che caratterizza maggiormente una bicicletta, ma la mia Lee Cougan rigida con i pedali a gabbietta e il cambio STX-RC era molto diversa da come si presenta adesso (e di come è stata “vestita” nel corso degli anni).
    Anche sulla Cannondale da corsa ho già effettuato diverse modifiche, quasi tutte sulla trasmissione (cambio, deragliatore, guarnitura – dalla tripla originale alla doppia attuale, pensando alla Compact… – pacco pignoni, catena), ma anche i pedali, i copertoncini, la sella, varie edizioni di nastro manubrio…
    Per non parlare della defunta bici da turismo, la Mass che mi vendette Nicola, della quale non era rimasto più nulla già dopo pochi mesi (eccetto, ancora una volta, il telaio di base).
    E’ bello però pensare al rapporto affettivo che “noi ciclisti” abbiamo con le nostre biciclette; è come se in quei telai, nonostante tutte le aggiunte e le modifiche meccaniche, ci fossero racchiuse tutte le emozioni provate pedalando, tutti i paesaggi assorbiti attraverso le migliaia di chilometri percorsi, tutte le gocce di sudore versate in salita e tutte le scraiche di adrenalina avvertite in discesa…

  2. Ciao Gianni
    E’ vero che alle bici si danno nomi da donna, ma su quella campeggia inequivocabilmente “Pino”, e anche volendo chiamarla con la marca (tipo: “la Bianchi”, “la Cannondale”) sempre “la Pino” resta.🙂
    Comunque il racconto sarà ancora lungo, questa bici ha nel tempo cambiato tre pacchi pignoni, tre guarniture, tre coppie di ruote, due manubri, tre sellini… e comunque resta sempre la mia prima bici “vera”.

    P.s.: prima di rispondermi ulteriormente considera che sto aspettando che Giorgio pubblichi il racconto dell’uscita di sabato, poi copierò l’articolo paro-paro su RomaPedala e potremo continuare la discussione là.

  3. Pingback: Darkness, il mostro nero | Mammifero Bipede

  4. Pingback: Pino, la "Pantera Rosa" | Mammifero Bipede

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