Muccino e la felicità all’americana

Cominciamo col dire che “La ricerca della felicità” non è affatto un brutto film. La storia ruota tutta intorno ad un padre, nero, in gamba e pressoché disoccupato, che tenta il tutto per tutto lavorando gratis per sei mesi come stagista nella speranza di venire alla fine assunto (uno su venti) e far carriera. Il tutto continuando a prendersi cura del figlio in condizioni economiche pressoché disperate, e col rischio di perdere tutto da un momento all’altro. Detta così sembrerebbe l’ennesima riproposizione dell’ormai trito e ritrito “American Dream”, ed infatti di questo si tratta, con la differenza che stavolta è una storia vera.

La narrazione è ben strutturata, ben girata, e Will Smith si conferma attore di spessore. Ci sono anche diversi momenti alti, sul piano umano. Uno per tutti quando il protagonista, dopo aver detto al figlio di non sperare di diventare mai un campione di basket (perché lui stesso, a suo tempo, non ci riuscì), alla reazione addolorata del bambino si rende conto di aver sbagliato e lo abbraccia gridando “Non lasciare che nessuno, mai, nemmeno io, ti dica cosa sai fare e cosa no. Te lo diranno perché non sanno farlo loro, e vorranno che nemmeno tu ci riesca”. Questo non basta, tuttavia, a salvare il film da molte altre grossolane omissioni.

Non credo sia il caso di buttare la croce addosso al solo regista, che in casi come questo si ritrova ad avere relativamente poco controllo su cose come la sceneggiatura o il complesso produttivo, resta il fatto che il film finisce con l’essere, ancora una volta, poco più che una celebrazione di quello che “ce la fa nonostante tutto e tutti”. Per me è oggettivamente un po’ poco.

Cosa ne è di quelli che invece “non ce la fanno”, o finiscono schiacciati e stritolati da un meccanismo ultracompetitivo e spietato come quello americano, al film non interessa. Criticare il modello stesso al film non compete, a malapena si dà pena di registrarlo, mostrando code di homeless disperati ed in cerca di alloggio. Anche la situazione dell’istruzione negli USA viene solo minimamente criticata, quando il protagonista si rende conto che al figlio, invece di studiare, viene fatta guardare la televisione.

Sono uscito dalla sala pensando non tanto alla storia del singolo determinato e fortunato, quello che “ce la fa”, ma a chi mai ci racconterà i milioni di storie di quelli che invece “non ce la fanno”, in America e nel resto del mondo.

4 thoughts on “Muccino e la felicità all’americana

  1. La ricerca della felicità è qualcosa di strettamente personale che spesso nulla a che vedere con lo status sociale, i successi economici o professionali conseguiti. C’è chi questo dono se lo deve conquistare e chi lo ha già dentro di sè: queste ultime sono le persone veramente ricche.
    Ognuno di noi ha un sogno, piccolo o grande: quanto siamo disposti a combattere, a vincere gli ostacoli, per farlo diventare realta?
    Questo mi sono chiesta vedendo il film.

  2. Di fatto siamo tutti diversi. Per alcuni la felicità è combattere (per quello che si desidera), per altri è poter smettere di combattere. Ma, in un sistema troppo competitivo (vedi film), se smetti di combattere sei “out”. In un sistema di quel tipo, solo ad un certo tipo di persone è consentito raggiungere la felicità. Gli altri possono solo arrendersi.

    P.s.: chi sei?🙂

  3. Certo. Perchè i “parametri” di felicità più diffusi in quel sistema sono carriera, successo e soldi. Smettere di combattere in quel sistema vuol dire smettere di credere di poter essere felici anche seguendo la propria idea di felicità.
    Ma in fondo anche nel nostro sistema non è forse stabilito che la felicità per una donna è maritarsi, per un uomo avere una bella moglie o altri stereotipi simili?
    Inseguire la propria idea di felicità è la vera sfida (chiaramente il problema è rivolto a chi ancora felice non è, chi lo è già non si fa troppe domande).
    D’altronde lo stesso protagonista aveva un sogno un pò diverso dall’affermazione professionale, ovvero poter crescere suo figlio senza doverlo abbandonare (come al contrario suo padre aveva fatto con lui).
    Inoltre la domanda che mi si pone a questo punto è: se questa felicità che dipende da un “fattore esterno” di qualunque tipo è veramente felicità, ovvero questa risiede in modo permanente nel nostro animo a prescindere dagli eventi?
    p.s. chi sono? diciamo una segreta ammiratrice

  4. La felicità dipende da un “fattore esterno” nella misura in cui noi proiettiamo su di esso le nostre aspettative, e “risiede nel nostro animo” solo a patto che le nostre aspettative non siano fortemente proiettate su un “fattore esterno”. A mio parere sta ad ognuno/a elaborare un’idea di felicità in cui siano in equilibrio fattori esterni e realizzazione interiore. Perché il rischio è cadere nell’estremo opposto del “fare troppo” per raggiungere qualcosa: “non fare nulla” per non raggiungere niente. Che non mi pare si possa dire più desiderabile.

    P.s.: ciao Manu.🙂

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