Misurarsi con gli archetipi

Quest’anno, per un’improbabile concatenazione di eventi, ho finito col partecipare a due diversi laboratori teatrali, uno è quello a cadenza mensile in cui stiamo affrontando Checov, nell’altro, tutti i giovedì sera, abbiamo a che fare con Shakespeare.

Quando ci è stato proposto, il "Sogno di una notte di mezza estate" non mi ha destato grossi entusiasmi, ad una prima lettura frettolosa mi è parso un testo molto datato, e il gap culturale e temporale (quattro secoli!) tra l’epoca di Shakespeare e i giorni nostri mi è sembrato drammaticamente incolmabile. Ma il mio era un approccio sbagliato, partiva infatti dall’idea di rappresentare uno spettacolo dell’epoca elisabettiana ad un pubblico contemporaneo, operazione del tutto improponibile, oltreché sostanzialmente inutile. Un’idea completamente "di testa", con tutto il suo corollario di obiezioni tanto ragionevoli quanto superflue.

Impossibile, in primo luogo, restituire il contesto culturale in cui l’azione ha luogo: un’ideale e arcadica Atene in cui esseri umani e semidei coesistono ed interagiscono, inscenando figure archetipe che ormai non ci appartengono più. Chiedete a chiunque cosa gli rimandi  il personaggio mitologico di Teseo e la maggior parte degli interpellati ricorderà a malapena l’episodio del Minotauro, figuriamoci altri ancora più sprofondati nell’oblìo come Oberon, re degli Elfi, Titania, la regina delle Fate, o Ippolita, regina delle Amazzoni. All’epoca di Shakespeare, invece, erano icone culturali estremamente precise ed attuali, come potrebbero esserlo, nella cultura "pop" dei giorni nostri, Conan il Barbaro (Teseo) o Lara Croft (Ippolita), con qualche difficoltà in più, a voler fare paralleli, per gli esseri con poteri semidivini, ormai sparpagliati dalla fantascienza a fumetti in un "Olimpo" di supereroi eccessivamente vasto, frastagliato e ridondante (oltreché culturalmente di nicchia).

Il lavoro dell’attore diventa perciò non tanto e non solo il mero attenersi al testo ed alle battute, quanto recuperare gli archetipi e misurarsi con essi, cosa che può spesso risultare dolorosa. Visto da fuori può sembrare banale interpretare il “guerriero vittorioso”, non lo è se l’attore sente nell’animo di aver perduto le battaglie che nella vita ha combattuto. Dar vita e corpo ad un personaggio che soffre per un amore non corrisposto ravviva dentro di noi ricordi ed emozioni di esperienze dolorose e spesso malamente rimosse. Confrontarsi con una situazione teatrale di frustrazione e perenne conflitto può innescare echi devastanti nel proprio vissuto personale.

Per questo accade che quando un attore reciti male, o non "senta" la parte, possa rendersi necessario sbloccare qualcosa di sepolto nella sua psiche, e questo deve essere fatto con estrema cura ed attenzione, a rischio di evocare l’esplosione di emozioni devastanti e drammi rimossi e non elaborati. Di fatto qualcosa di molto più prossimo ad un lavoro di analisi e psicoterapia che non all’apprendimento pedissequo di "tecniche" recitative.

Un "laboratorio" sicuramente impegnativo sul piano emozionale, ma in cui si impara molto di più che non solo a recitare.

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4 thoughts on “Misurarsi con gli archetipi

  1. Rappresentare un archetipo senza averlo vissuto risulta ancora più difficile…ma forse si chiama archetipo perchè è originariamente, fin dall’inizio dei tempi, dentro di noi?
    Hai voglia “scavare”…..bisogna avere un animo da esploratori. Forse per questo fare l’attore è un mestiere..
    Grazie per la riflessione
    Manu

  2. il metodo con cui ci confrontiamo ci porta a ripescare qualcosa che ci appartiene (chiamiamolo archetipo, chiamiamolo che ci pare) e che collide con l’emozione principale del personaggio. questo è solo uno dei modi. c’è chi con la tecnica vale a dire toni, azione, energia e concentrazione riesce anche a dar voce al testo in maniera efficace. son convinta però che partendo da noi riusciamo a dar vita e sangue a quelle stesse parole. in un contesto come quello di quest’anno sento che chi vuole mettersi in gioco in maniera così totale e profonda non manchi mai di rispetto verso se stesso.

    un abbraccio a tutti, siete splendidi

    anto

  3. @ Manu
    Gli archetipi ci appartengono, che li abbiamo vissuti o meno, fanno parte della nostra cultura e del nostro modo di interpretare persone e situazioni. Non occorre essere “madre”, per dire, per avere l’esperienza dell’archetipo di madre. Di conseguenza quando entriamo in un personaggio che è “madre” quel personaggio comunque suona in noi delle corde emotive.

    @ Anto
    Per mettersi in gioco davvero occorre un contesto capace di “sostenere”, per lasciarsi andare bisogna avere intorno persone speciali.
    Chi non lo è… per solito abbandona i corsi. 🙂

  4. Ci vuole coraggio ad andare così in fondo, a mettersi in gioco, a ricercare emozioni che abbiamo chiuso da qualche parte e a condividerle….avere intorno persone come voi che hanno questo coraggio mi fa emozionare come raramente accade…
    Bea

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