La partecipazione del cittadino

Sabato mattina ho partecipato all’incontro Il vicolo cieco della mobilità di Roma e del Lazio – Incontro-dibattito per una alternativa, promosso dal Comitato per l’Ecomobilità a Roma e nel Lazio e dal settimanale CARTA. Nonostante il ventaglio dei temi trattati fosse estremamente vario ed interessante, la sensazione che mi rimane è che si sia trattata dell’ennesima occasione persa.

Sono stati discussi i problemi legati alla mobilità, al trasporto, alla mancata pianificazione urbanistica del territorio a fronte di una crescita esponenziale delle cementificazioni abitative nella cintura intorno a Roma, dei progetti di nuove autostrade, superstrade, svincoli, complanari, che non faranno altro che accrescere la nostra dipendenza dal trasporto privato su gomma, col suo corollario di aumento di traffico, inquinamento, code, stress e incidenti, e del mancato sviluppo di una rete organica ed efficiente di trasporto pubblico su rotaia, che nel resto d’Europa si è dimostrato la carta vincente per ridurre la congestione dei centri storici e migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Altro punto pressante sollevato ha riguardato il problema della partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica, recentemente sancita dal Parlamento Europeo.

Di fatto però, invece che un incontro pubblico in cui discutere ed elaborare problemi e soluzioni, l’incontro si è risolto nell’ennesima, e per me sostanzialmente inutile, passerella di rappresentanti del mondo ambientalista, dell’associazionismo e delle istituzioni, che hanno presentato, in una sequenza interminabile ed estenuante, ognuno il suo “pezzo di problema”, pressoché incuranti (a parte poche lodevoli eccezioni) di confrontarsi con i presenti.

Intorno alle 11.30 mi sono messo in lista per intervenire, ed ho dovuto aspettare per più di due ore (!) che le dieci persone (!!) in lista prima di me occupassero il tempo dell’assemblea per “rappresentare sé stessi” ed i problemi che stavano affrontando, autoelogiando la propria coerenza, determinazione ed indispensabilità. Se da un lato è comprensibile che le persone che spendono le proprie energie in cause giuste anelino ad uno spazio in cui si riconosca l’importanza del proprio operato, dall’altro rimane del tutto antifunzionale che questo avvenga al posto di un momento di riflessione collettiva.

Per questo quando, ormai esausto, è arrivato il momento del mio intervento, e il moderatore mi ha invitato ad essere telegrafico, ho sintetizzato al massimo il mio pensiero. Ho detto che la qualità della vita ed il benessere del cittadino vanno in direzione direttamente opposta agli interessi economici che alle nostre spalle prosperano (p.e.: se si migliorasse realmente la qualità della vita nelle città, a chi venderebbero, i palazzinari, i milioni di metri cubi di nuove abitazioni nei sobborghi? Se migliorasse la salute dei cittadini a chi venderebbero, le industrie farmaceutiche, cure e medicinali?), e di questo i cittadini non sono consapevoli.

Ma ho anche aggiunto il mio profondo dissenso circa la maniera di condurre un confronto pubblico. Non si possono spendere quattro ore a fare un elenco dei problemi, senza avere poi il tempo per individuare le possibili soluzioni o le modalità di intervento. Che in ambito lavorativo le riunioni si fanno per risolverli, i problemi, non per elencarli. E che se non si riesce a garantire una reale partecipazione dei cittadini neppure ad incontri di questo tipo sarà infinitamente più difficile far sì che possano realmente partecipare alle scelte amministrative.

Di fatto la tanto pretesa "partecipazione dei cittadini" alle scelte politiche mi sembra che venga interpretata da queste persone più come "partecipazione dei rappresentanti" che dei cittadini stessi. Sarà forse che l’idea di democrazia è tanto bella e utopistica quanto di difficile applicazione, e che in fondo, i più, si contentano di qualcosa che gli assomigli anche solo vagamente.

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