Un pezzo di Cechov è ancora Cechov?

Reduce da un "weekend intensivo", denso ed entusiasmante, col gruppo del laboratorio teatrale mi ritrovo ancora una volta a dover riconsiderare  certe mie ferme convinzioni: stavolta è toccato alla "sacralità del testo".

Prendete un capolavoro della drammaturgia del ‘900, un lavoro di Cechov, buttatene via tre atti su quattro (compreso il finale), riducete di numero ed adattate i personaggi agli attori che avete a disposizione, tagliate ancora le parti delle battute che risultano ormai incomprensibili perché mancanti del resto, rinunciate alla scenografia (ridotta a pochissimi elementi quasi irriconoscibili) e… come definire ciò che resta? Soprattutto che raffronto si può fare con il lavoro originale?
Un pezzo di Cechov è ancora Cechov?

Non molto tempo addietro avrei risposto che no, non si può mutilare un’opera a tal punto e pretendere di rappresentare ancora qualcosa di accettabilmente simile all’originale. Ieri ho cambiato idea. Quello che resta intatto, di Cechov, sono le emozioni che provano i personaggi, di fatto il cuore del lavoro teatrale. La sua essenza.

Tutto risulta alla fine molto più denso, veloce, concentrato. Un po’ il lavoro che si fa in uno spot pubblicitario (dove con pochissime "pennellate" visive, in una manciata di secondi, si racconta un’intera storia), viene trasportato sul palcoscenico, e un lavoro teatrale di due ore abbondanti viene condensato in una dozzina di minuti, senza la pretesa di voler restituirne "il tutto", ma solo la sua parte più importante.

Nell’accezione che gli darebbe Baricco (si veda il post di qualche giorno fa) un "lavoro barbaro"… ma anche un tentativo di trasportare Cechov un secolo avanti, adattandolo ai tempi ed ai linguaggi attuali, e celebrarne l’intramontata grandezza.

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2 thoughts on “Un pezzo di Cechov è ancora Cechov?

  1. > Quello che resta intatto, di Checov, sono le emozioni che provano i personaggi, di fatto il cuore del lavoro teatrale.

    mmm… a mio avviso qui bisogna distinguere tra approcci stanislaskiani, per i quali le emozioni che provano i personaggi hanno una loro ben precisa identità, e gli approcci basati non sulla reviviscienza ma sulla narrazione. Per questi ultimi non ha senso l’emozione del personaggio decontestualizzata.

    eccezion fatta pr Shakespeare e pochi altri 🙂

    di Checov non ho mai letto nulla, ma ho visto qualche “stravagante” rappresentazione… non penso di ritenermi in grado di esprimere un giudizio qualitativo 🙂

  2. Premesso che non ho esperienza di “approcci non stanislavskiani”, va detto che la versione a cui stiamo lavorando non è completamente decontestualizzata, ma semplicemente il contesto non è esplicitato immediatamente bensì viene definito man mano che la situazione si sviluppa.

    Immagina di entrare a teatro e cominciare a vedere una rappresentazione già iniziata da un bel po’… di fatto è una cosa alla quale siamo ormai abituati dalla televisione: quando mai si riesce a vedere un film dall’inizio?

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