Perle di tristezza

Oggi mi sono ritrovato a canticchiare una vecchia canzone di Bruce Springsteen, "Point Blank", dall’album "The River".

Do you still say your prayers
little darlin’
do you go to bed at night
Prayin’ that tomorrow,
everything will be alright
But tomorrow’s fall in number
in number one by one
You wake up and you’re dying
you don’t even know what from

 

Lenta, struggente, mi è rimasta piantata in testa fin dal primo ascolto (potete sentirla QUI, in una scabra versione live del 1978). E non è l’unica perla di questo disco, a cominciare dalla monumentale "The River", passando per "Independence day", "The price you pay" ed altre.

Certi giorni ho bisogno di far pace con la mia tristezza, e per questo la buona musica è insuperabile. Però è anche vero che il tempo passa per tutti, e cose che da principio si perdonano col tempo cominciano a diventare fastidiose. Per Springsteen, peccato veniale, si è trattato della qualità della registrazione, e di certi arrangiamenti un po’ rudimentali. Per fortuna il genio poetico e musicale riesce ancora a farsi strada attraverso la bassa qualità dell’incisione (che peraltro non si può escludere sia una scelta artistica, dato che a questo disco ha fatto seguito "Nebraska", inciso in casa con un registratorino amatoriale a quattro piste).

Per proseguire i "percorsi della memoria" ho quindi messo su Bob Mould, "Black sheets of rain", e la distanza tra ricordo ed esperienza si è fatta drammatica. Non saprei dire come, né perché, ma adesso non riesco più ad ascoltare il "buon vecchio rock" come mi riusciva una volta. Se il brano non mi prende più finisco col voler capire perché, e il perché è presto detto. L’intuizione musicale di Mould è buona, il brano è ben strutturato e la chitarra ritmica aggressiva al punto giusto, ma il drumming è freddo e assolutamente privo di anima (il confronto con Grant  Hart, partner di Mould nei leggendari "Husker Du", generoso e rudimentale, è sconfortante), e l’assolo di chitarra è prevedibile e sostanzialmente inutile, ché sembra sia lì perché "ci deve stare". E’ triste quando un artista finisce col suonare non quello che sente veramente ma quello che il pubblico "si aspetta".

Ed è anche sconcertante realizzare che, nonostante si sia ormai adulti, il processo di crescita individuale continua indefinitamente, e trovare cose piacevoli e soddisfacenti, col passare del tempo, diventa sempre più arduo.

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