Tradurre Shakespeare

Mi aggancio al post precedente, in cui lamentavo un cattivo adattamento di un lavoro teatrale, per parlare un po’ di traduzioni ed adattamenti.

Tradurre da un’altra lingua è già un lavoro difficile, a volerlo far bene. Le parole non sono equivalenti, i concetti non coincidono, la struttura stessa della lingua, ovvero l’ordine in cui i vari elementi vengono presentati, è differente.

Tradurre un’opera artistica si avvicina all’impossibile. Me ne sono reso conto l’anno scorso, quando al laboratorio teatrale ci fu chiesto di lavorare sul monologo più famoso del mondo, quell’ “Essere o Non Essere” che tutti abbiamo sentito menzionare decine di volte (e del quale, per i più, non si conosce nulla oltre “questo è il problema”).

L’insegnante ci diede da recitare una traduzione, devo dire non particolarmente brillante, e subito mi resi conto che qualcosa non andava, le parole non scorrevano, mancava completamente di ritmo. L’originale inglese, sulla pagina a fronte, mi pareva al contrario straordinariamente melodioso (con tutto che siamo soliti considerare l’italiano una lingua musicale).

“Ok, una brutta traduzione”, ho pensato tra me e me, “ne troverò una migliore”.

Detto fatto ho iniziato una ricerca su internet, e ne ho tirate giù una dozzina. Niente da fare: tutte diverse e nessuna che “messa in bocca” conservasse più che un’ombra della potenza dell’originale.

“Joe Modestia” (il sottoscritto) non poteva arrendersi all’evidenza, no… “me lo traduco da me!”, ho detto ed eccomi calato nell’inedita veste di traduttore, io che l’inglese lo conosco abbastanza, ma non lo parlo fluentemente.

Qual’è il problema? Il problema, per sommi capi, è che Shakespeare era un poeta (e che poeta!) nella sua lingua. E che la mia (la nostra) è una lingua profondamente diversa.

Non che non si possa far poesia in italiano, ci mancherebbe. È che non si possono esprimere gli stessi concetti, con la stessa metrica, con la stessa efficacia.

L’inglese ha parole molto brevi, spesso gli equivalenti italiani di monosillabi inglesi sono termini molto più lunghi, col risultato che un verso breve ed efficace diventa interminabile ed impronunciabile. Poi c’è il problema degli accenti, càpita che la parola giusta come significato (ammesso e non concesso che pure esista) sia stonata da pronunciare e perda enfasi. insomma un disastro… Da qualche parte bisogna accettare di perdere pezzi: o nei significati, o nella metrica, o nella ritmica.

Alla fine di un lungo e tormentato travaglio ho infine partorito la “mia” traduzione.

Ho cercato in tutti i modi di rispettare prima di tutto la ritmica della prosa Shakespeariana, senza perdere troppo dei significati. Qualcosa che si prestasse ad essere recitato, non solo compreso, che suonasse bene in bocca.

Penso, nonostante tutto, di aver fatto un buon lavoro. Eccolo qui.

“Essere o non essere, questo è il problema;
se sia più nobile all’animo sopportare
i sassi e i dardi di un Fato oltraggioso
o prender l’armi contro un mare di affanni
e combattendo, porvi fine.
Morire, dormire. Null’altro.
E con quel sonno dire basta
allo strazio del cuore e ai mille traumi
che la carne subisce
Ecco la conclusione che andrebbe implorata.
Morire, dormire…  forse sognare.
Ah, questo è il dubbio;
perché in quel sonno di morte quali sogni posson venire
quando avremo abbandonato questo groviglio mortale?
Deve farci riflettere!
Ecco il timore che dà alle sciagure così lunga vita.
Perché, chi sopporterebbe
le frustate e il disprezzo del tempo,
i torti dell’oppressore,
le ingiurie dei superbi
le pene dell’amore respinto,
i ritardi della legge,
l’arroganza dei potenti,
e le insolenze che il merito paziente riceve dagli indegni,
Quando egli stesso potrebbe darsi pace con un nudo pugnale;
Chi porterebbe pesi,
grugnendo e sudando una vita di stenti?
Ma ecco, il timore di qualcosa oltre la morte
la landa inesplorata, dai cui confini nessuno torna,
confonde la volontà,
e ci fa preferire i mali che abbiamo
al volare ad altri che ci sono ignoti.
Così la coscienza rende codardi noi tutti
e così il nativo colore della fermezza
è sbiadito dal pallido costrutto del pensiero
e imprese di grande spicco e forza
per questo vedono il loro corso deviato
e dell’azione perdono anche il nome.”

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