“Si salvi chi può” edizione 2013

(quello che segue è il racconto, condensato, dell’uscita in bici da Tagliacozzo a Terni, 110km dall’Abruzzo all’Umbria, proposta sul forum Cicloappuntamenti)

Antefatto
L’unica volta che sono riuscito a completare questo percorso nel tempo previsto e con l’intero gruppo presente alla partenza è stato nel lontano 2006, quando i partecipanti erano soltanto in tre. Già alla prima riproposizione sul forum Cicloappuntamenti, con partenza spostata a Celano (ben 150km!) apparve netta l’impossibilità di percorrere tanta strada con tanti partecipanti senza problemi: un ginocchio partito per lo sforzo, un Artiglio (Pierluigi) abbandonato lungo la strada, il gruppo che via via perdeva tempo e partecipanti fino a passare in modalità “si salvi chi può” nel tratto finale. Sarà così che intitolerò, d’ora in poi, questo tipo di uscite che attraversano tre regioni.

Quando tutto sembra ancora dover andar bene
Alla stazione di Tagliacozzo si contano diciotto partecipanti. Mentre esco il capostazione mi domanda: “dove andate?” Rispondo con un sorriso: “a Terni”. Occhi che strabuzzano e seconda domanda: “da qui???” e io gli spiego il percorso di massima. Salendo verso Pietrasecca penso che la giornata non potrebbe essere migliore: sole, cielo sereno, ed il gruppo che va su allegro sulla prima salita. Perfino una foratura viene riparata senza produrre rallentamenti apprezzabili. La strada, già bella nel primo tratto, diventa splendida nella risalita da Tufo al valico di Santa Lucia, dove attraversa un’area boschiva quasi incontaminata. Manu, sulla sua BdC salvata dal cassonetto, collauda una versione upgradata del cambio che ora ha un 42×28 come marcia più corta (la scorsa settimana il precedente 42×24 aveva mostrato la corda) e sale senza fiatone ad un buon passo.

Il tradimento di Google
Quando sta andando tutto troppo bene accadono due “disastri”: la traccia generata da Google si rivela farlocca e lo zaino di Frantz viene abbandonato a Leofreni. La traccia che ho rilasciato sul sito è stata generata dal sito MapMyRide con una serie di click sulle mappe di Google. Siccome le strade della zona sono poche, è sufficiente selezionare pochissimi punti. Ma Google stavolta si sbaglia, e a Colli di Pace, invece della strada asfaltata per Pace, traccia un passaggio in direzione Ospanesco senza che io me ne accorga. A Colli di Pace passo via tranquillo. La strada risale. Mi telefona Emanuela chiedendo delucidazioni. Le dico di tenersi a destra. Mi spiega che altri (solo Pino e Johnnina, ma questo non me lo dice…) sono scesi a sinistra, dal che capisco che la traccia passa invece da quel lato. A lei confermo di proseguire a destra. Quando mi raggiunge mi spiega che Carmine è rimasto al bivio ad aspettare che Franz recuperasse lo zaino a Leofreni. A questo punto commetto l’errore drammatico di dar retta a Google, penso che la strada tracciata sull’altro lato sia più veloce, telefono a Carmine e gli dico di seguire la traccia imboccando il bivio verso sinistra…

Uno sguardo dal ponte
Raggiungiamo il lago sul ponte per Fiumata, salutiamo Folletto e Umby che partono in direzione fettuccine (che poi si riveleranno “fregnacce”) e recuperiamo il punto di congiunzione dei due percorsi. E aspettiamo. E aspettiamo. Dopo una mezz’ora arrivano Pino e Johnnina stravolti, ci spiegano che la strada, arrivata al paese, diventa uno sterrato non pedalabile, con fango e fossi, e che se la sono dovuta fare praticamente bici in spalla!!! Mandiamo avanti i superstiti a cercare un posto per il pranzo e con Pino ci mettiamo ad aspettare il gruppo di Carmine. E aspettiamo. Dopo un’altra mezz’ora arriva fantabici (Angelo) che ha potuto percorrere parte del percorso in sella alla sua mtb slikkata. In quel momento realizzo che il pranzo di Manu ce l’ho io nel borsino, e per non lasciarla a digiuno, prima che arrivino gli ultimi, mi scapicollo per i restanti 12km di strada bordo lago fino al punto scelto per il pranzo.

La maledizione di Alex Drastico
Pranzato in fretta e furia (e crostata), recuperati tutti i partecipanti compresi Folletto e Umby, imbocchiamo la discesa per Rieti dove realizzo che le malefatte (involontarie) mi hanno guadagnato una maledizione coi controfiocchi. Mentre sono lanciato in discesa, piegato in curva, sento la ruota posteriore che letteralmente se ne va… Riprendo la traiettoria per i capelli, mi fermo parecchio più avanti dopo aver sbalzellato sull’asfalto rovinato, tiro giù gli attrezzi e comincio a riparare la foratura. Estraggo la camera d’aria, la gonfio, individuo due buchi: scartavetro, colla, toppe, riparati. Controllo il copertone e ci trovo una scheggia di vetro verde conficcata, la estraggo, rimonto la camera d’aria, gonfio e perde ancora… La riapro, estraggo la camera d’aria, sento che perde in prossimità di una toppa e penso di averla incollata male: la tolgo, riscartavetro e applico una seconda tip-top. Rimonto e perde ancora… La riapro, estraggo la camera d’aria, sento che perde in prossimità della toppa appena aggiunta e stavolta scopro un secondo foro: non era una foratura ma una “pizzicatura”. Applico una tip top “oversize” su entrambi i fori, rimonto, e mentre rigonfio accosto l’orecchio alla pompa e sento che perde ancora. Tiro giù la camera d’aria per la quarta volta, la gonfio all’aria e stavolta non perde! Guardo meglio e noto che il blocco della valvola è leggermente piegato, lo tocco col dito per raddrizzarlo e comincia a perdere. Questa è una buona notizia: la valvola perdeva solo con la pompa montata sopra: rigonfio, chiudo, rimonto la ruota, gonfio e stavolta la riparazione terrà fino a fine giro.

Soli e abbandonati
Mentre scendo a scapicollo verso Rieti mi telefona Emanuela. Sono rimaste ad aspettarmi lei, Patrizia ed un terzo ciclista, il gruppo ha invece proseguito. Ripartiamo in quattro sotto una lieve pioggerellina per rimanere poco dopo in tre, e senza problemi raggiungiamo Rieti. Qui, dopo l’attraversamento della città, è Patrizia a dare forfait optando per il ritorno in treno da Rieti (poi convertito in ritorno in pullman). Con Emanuela proseguiamo ostinatamente verso Terni. Mentre ci inoltriamo per una scarsamente trafficata piana reatina, in attesa della “variante” che ho pazientemente tracciato e scaricato sul GPS, a salutarci sono le batterie del GPS stesso, ad un chilometro o poco più dal fatidico bivio da esplorare (che riesco ugualmente a riconoscere ed imboccare).

Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere
Appena imboccato l’idilliaco stradello comincia a piovere. Giustamente le meravigliose mantelle antipioggia Vaude sono rimaste a casa. Aspettiamo qualche minuto quindi ci risolviamo a partire approfittando di un lieve diradare dell’acquazzone. La strada è davvero molto bella, anche se con la pioggia mi rammenta i viaggi in Irlanda, Galles, e la Galizia nel tratto finale del Camino de Santiago. La “pettata” al 14% per raggiungere Colli sul Velino, anziché un’esagerazione delle mappe, si rivela esattamente come prevista e la saliamo a piedi. Ultima nota dolente, la strada che costeggia il lago di Ventina è stata resa, per qualche ennesima meravigliosa idiozia della burocrazia italica, a senso unico. Sono troppo stanco ed incazzato per accettare l’ennesimo sopruso, e pur col parere contrario di Manu la imbocchiamo contromano. Superato il lago imbocchiamo una valletta un tempo idilliaca, ora deturpata da un orripilante riporto di materiale pietroso per chissà quale ennesima opera pubblica di estremamente dubbia utilità (haddavenì peakoil!!!). Impossibilitati ad effettuare l’ennesima mini deviazione causa GPS defunto scendiamo per la classica via fino a Terni, dove arriviamo in stazione alle 18.00 (perdendo il treno delle 17.27).

Epilogo
Aspettando il treno delle 19.26 ci concediamo una passeggiata per Terni (del tutto risparmiabile…) ed un buon gelato. Arrivati a casa (alle 21.00) dobbiamo rinunciare anche al sospirato take-away cinese, dato che il ristorante è in ristrutturazione.
Intorno alle 22.00 ceniamo con un kebab…

Ringraziamenti
Ringrazio tutti i pazzi furiosi che ogni anno si ostinano a seguirmi, consapevoli dell’impossibilità di completare il giro “in serenità”. Ogni anno ci proviamo ed ogni anno finiamo vittime di pastrocchi imprevisti. Ma in fondo è il bello dell’avventura.

Fra un milione di anni

Papaveri rossi
ondeggiano
davanti al cemento
fratturato
di una periferia di città

Quel rosso è un grido
rosso di sangue
il grigio recede
soverchiato

“Io sono vivo”
urla al cemento
il rosso papavero
“sono vivo e morirò”

“Fra un anno però
vivrò di nuovo
perché io sono vita
e la vita rivive

Ti troverò ancora qui
grigio ed immobile
con qualche crepa in più
con qualche briciola in meno

Fra un milione di anni
io sarò ancora qui
di nuovo
e per sempre

Tu sarai polvere
soffiata dal vento
o sepolta nel terreno

Le mie radici
ti accarezzeranno

Sarai dimenticato
assieme al ricordo
delle sciocche creature
che un tempo lontano
ti diedero forma”

Memorie di comete del secolo scorso

In una bizzarra concomitanza di situazioni, il passaggio della cometa PanSTARRS ha coinciso con la ritrovata funzionalità del mio vecchio scanner e la possibilità, finalmente, di scansionare e rendere disponibili le immagini riprese su pellicola a due comete apparse a metà degli anni ’90: la Hyakutake (1996) e la Hale-Bopp (1997).

Mentre la Hale-Bopp la ricordano più o meno tutti, dato che il suo passaggio durò diversi mesi, la Hyakutake apparve e scomparve molto in fretta, in un piovoso febbraio, e passò quasi del tutto inosservata. In un’epoca in cui internet era ben là da venire le comunicazioni su questi oggetti risultavano spesso intempestive e perfino il tam-tam tra appassionati non era in grado di comunicare l’importanza e l’urgenza di tali eventi.

La Hyakutake non era brillantissima di suo, ma passò molto vicina alla Terra. Anche per questo la scoperta e le comunicazioni furono largamente insufficienti… Fatto sta che le informazioni parlavano di una “chioma” (la vera e propria testa della cometa) delle dimensioni della Luna piena, e di una luminosità tale da consentirne la visione anche dai cieli cittadini.

Senza crederci molto, una sera rimasi alzato fin verso la mezzanotte, e quando finalmente la cometa “sorse” sopra il tetto del palazzo di fronte per poco non mi cascò la mascella a terra. Era enorme! Purtroppo già all’epoca l’inquinamento luminoso in città era tale da nascondere completamente la tenue coda, ci attivammo quindi per andare ad osservarla da una località più buia.

Il sito designato per la prima uscita era Frasso Sabino, paesello in prossimità della via Salaria rilevante per il solo fatto di ospitare l’osservatorio dell’Associazione Romana Astrofili. Un primo tentativo effettuato probabilmente di giovedì fu brutalmente frustrato da una coltre impenetrabile di nubi basse e localizzate. Solo sulla via del ritorno, in prossimità di Roma e da un cielo già pessimo, la testa della cometa ci si mostrò nuovamente, ma della coda nulla. Nei giorni seguenti di nuovo pioggia.

Il secondo tentativo fu effettuato la domenica successiva, scommettendo su una possibile finestra di sereno tra una perturbazione e l’altra. Indicibile la frustrazione di ritrovarsi, una volta giunti a Frasso, di nuovo sotto le nuvole. A salvare la nottata fu la prontezza di spirito di Fausto Porcellana, che telefonò ad un amico a Rieti e scoprì che lì il cielo era sereno.

La spedizione ripartì quindi alla volta della piana reatina. Qui, durante una breve sosta per fare il punto, ho un primo ricordo, incredulo, della cometa stagliata sopra il massiccio del Terminillo, con letteralmente un palmo di coda già visibile, in orizzontale, sopra la montagna incappucciata di neve. Dopo un rapido consulto stabilimmo di andarci a posizionare ancora più lontano dalla città, e più in alto.

La località prescelta fu il valico di Leonessa, a circa 1100 m.s.l.m. in un tratto di strada dismessa sufficientemente schermato dai fari delle automobili di passaggio. Scesi dall’auto ed adattati gli occhi al buio, sotto un cielo ancora pressoché incontaminato da luci parassite, la cometa ci si disvelò in tutta la sua spaventosa maestosità.

Questa è la foto ripresa con l’obiettivo grandangolare da 24mm. Per chi abbia un minimo di dimestichezza col cielo sarà facile riconoscere nell’angolo in alto a sx la costellazione dell’Orsa Maggiore e farsi un’idea delle dimensioni spropositate di questa cometa.

Per gli altri cercherò, forse vanamente, di descrivere l’indescrivibile: riempiva il cielo. Un enorme fantasma diafano si stagliava di fronte alle stelle, minaccioso. Come testimoniato da diversi altri osservatori, la visione era spaventevole. Ricordo ancora Fausto, accanto a me, osservare a bassa voce: “Ora capisco le cronache del passato, che raccontavano di contadini terrorizzati…”

Già! Noi uomini di scienza, nutriti dal sapere del ventesimo secolo, noi perfettamente consapevoli della natura fisica di quell’oggetto, nient’altro che una palla di gas e ghiaccio in moto su un’orbita iperbolica intorno al sole, ugualmente ne eravamo oppressi ed inquietati, oltreché perdutamente affascinati.

Passammo diverse ore, non saprei nemmeno dire quante, a riprendere fotografie e ad osservarla ad occhio nudo e coi binocoli. Fabrizio Amico aveva attrezzato una montatura equatoriale per l’inseguimento, io ci misi le ottiche e l’esperienza di ripresa, facemmo più scatti a diversi livelli di ingrandimento. Questa è forse la migliore, ripresa con un 85mm

La settimana successiva piovve quasi in continuazione e non ci fu modo di rivederla più, quantomeno in tutto il suo splendore. Rimasero solo una manciata di immagini a testimoniare un evento a tutt’oggi ancora unico, e forse irripetibile.

L’anno dopo ci fu il passaggio di una cometa davvero “monstre”: la Hale-Bopp. A differenza della Hyakutake non fu visibile solo per l’estrema prossimità alla Terra, ma per la luminosità assoluta veramente da record. Questo fece sì che rimase visibile ad occhio nudo letteralmente per dei mesi, arrivando a mostrare anche senza strumenti l’incredibile doppia coda (di ioni e di polveri), che nelle fotografie apparivano di due colori diversi.

Nel frattempo mi ero anche dotato di un telescopio ottimizzato per la fotografia a largo campo, un ultraluminoso Vixen 200mm f/4, col quale riuscii a riprenderla pur in assenza di un adeguato sistema di guida.

L’ultima visione di questa cometa riuscii a “rubarla” dalla cima del Monte Nerone, nelle Marche. Era il maggio del 1997 e la cometa si stava avvicinando al Sole, mostrandosi ormai lontana, ben più piccola, annegata nella luce del crepuscolo.

Fu quella notte, nel seguito delle osservazioni, sotto un cielo nero pece come ormai in Italia non se ne trovano più, che capitai per la prima volta nel cuore dell’ammasso di galassie della Vergine, subendone un imprinting definitivo che mi portò ad abbandonare le velleità fotografiche e fece di me un “visualista”… ma questa è un’altra storia.

Due comete incredibili per due anni di fila… e purtroppo ben poco per i quindici successivi. Tolto il lasso di tempo intercorso nel mio stato di disaffezione per l’astronomia pratica, le comete degli ultimi anni sono state ben poca cosa, al punto da farmi ormai ritenere quelle esperienze un “unicum” che rischia di non ripetersi più.

Cometa PanSTARRS C/2011 L4

Sei anni e due mesi fa, l’apertura di questo blog venne “salutata” dal passaggio della cometa McNaught. In questi giorni una simile “piccola meraviglia” è visibile nei nostri cieli, e prende il nome di PanSTARRS C/2011 L4. Piccola e molto elusiva, in realtà.

Il problema, con comete di questo tipo, è che arrivano ad essere sufficientemente brillanti solo molto in prossimità del sole, cosa che rende l’osservazione problematica. Se a questo aggiungiamo che il passaggio avviene in un periodo dell’anno in cui il clima non è propriamente mite, ed è facile trovarsi in presenza di nubi, soprattutto in prossimità dell’orizzonte, riuscire ad osservarla diventa quasi una sfida.

Bisogna innanzitutto trovare un sito con visuale perfettamente sgombra fino all’orizzonte, quindi attendere circa un’ora dopo il tramonto perché il cielo si scurisca a sufficienza, e a questo punto osservare in fretta, poiché solo poche decine di minuti dopo è la cometa stessa a tramontare.

Ad aggravare la cosa contribuiscono due fattori: l’assorbimento atmosferico, che toglie luminosità all’oggetto man mano che si avvicina all’orizzonte, e l’inquinamento luminoso (per chi come me la osserva dalla città), che rende il cielo in prossimità dell’orizzonte più luminoso delle zone sovrastanti. Nelle due sessioni osservative che ho avuto modo di effettuare la cometa risultava pressoché invisibile prima delle 19.10 a causa del chiarore del cielo, e già non più percepibile alle 19.30 perché ormai troppo bassa.

In questa finestra osservativa molto ristretta, se armati di un buon binocolo e sapendo dove puntarlo, si può cogliere la debole luce di questa “visitatrice celeste”, destinata a sbiadire progressivamente nei prossimi giorni man mano che la sua orbita la porterà ad allontanarsi progressivamente dal sole.

(in questa elaborazione ho cercato di riprodurre l’effetto dell’osservazione visuale in un binocolone 14×70. La foto originale, di Roberto Petagna, è stata pubblicata sul forum Coelestis e messa cortesemente a disposizione dall’autore)

Stanko

Ieri sera ero a teatro, per la prima di un nuovo allestimento dello spettacolo Io sono Stanko di (e con) Giovanni Maria Buzzatti e Giselle Martino. La pièce ripercorre la storia personale di Stanko Lazendić e del movimento di opposizione nonviolenta Otpor, intrecciando a questa temi diversi legati ai Balcani, alla crisi delle dittature comuniste e, più immediatamente vicine a noi, all’immigrazione, alla cultura del popolo Rom ed alla sua difficile convivenza con le popolazioni stanziali.

Gli autori provano ad indossare i panni dell’altro, del “diverso”, proponendo al pubblico un analogo coinvolgimento. Il risultato è spaesante, e mi ha permesso di mettere a fuoco diverse idee. La prima è che dentro di me, nel mio essere ciclista, c’è un pezzetto di anima nomade, zingara, che mi fa preferire gli spazi aperti al chiuso degli edifici, il viaggiare sotto il sole e nel vento, che mi spinge ad esplorare gli anfratti della città, non di rado incontrando sul mio percorso baracche ed accampamenti.

Da questa terra di mezzo in cui vivo, da questa pulsione irrisolta, mi riesce forse più facile comprendere cosa muova queste persone a vivere in baracche e roulotte, a non avere né desiderare una patria, a conservare quest’idea assoluta di libertà, che per la maggior parte di noi gagé si è ridotta alla libertà di spendere danaro, spesso per acquistare giocattoli di nessuna utilità.

Più la nostra vita diventa comoda, chiusa ed artificiosa, più la vita dei Rom finisce con l’apparirci una negazione dei nostri presunti “valori”, una critica permanente all’asservimento ed all’istupidimento cui abbiamo scelto di sottostare accettando la disgregazione sociale dei quartieri dormitorio e delle periferie urbane, il solipsismo degli “appartamenti” in cui viviamo, per l’appunto, appartati da tutto e da tutti, sognando vite irreali per mezzo della tv.

Ma il nocciolo duro dello spettacolo è sulla tragedia della disgregazione della ex-Yugoslavia, che in Italia abbiamo vissuto da spettatori, impotenti e disinformati. Per quanto ci raccontiamo di essere un “popolo di santi e navigatori” quello che di certo non siamo è un popolo di viaggiatori. Gli italiani non sfruttano il periodo delle ferie lavorative per girare il mondo e conoscere altri popoli e culture: nella stragrande maggioranza passano quel tempo al mare, nelle seconde case di proprietà, in villaggi vacanze, ed anche quando vanno all’estero scelgono le strutture ricettive del turismo di massa.

Per questo anche di paesi a pochissima distanza dal nostro finiamo col non avere cognizione alcuna, e a derubricare quello che vi accade come “faccende troppo complicate”. Abituati a vivere in un “tempo immobile”, tutto quello che accade in luoghi dove la Storia sta passando proprio adesso ci spaventa, e spinge a distogliere lo sguardo.

Personalmente non mi considero granché migliore dei miei compatrioti, ma la curiosità mi ha portato, nel 2007, a percorrere in bicicletta le strade dell’Albania, e la scorsa estate, dopo una settimana in Croazia, mi ha spinto fin nel cuore della Bosnia-Erzegovina, a Sarajevo. Sull’Albania ho scritto moltissimo, sulla Bosnia quasi nulla… rimedierò qui.

A tanti anni di distanza, le ferite di una guerra fratricida risultano in gran parte ricomposte, ma le tracce di quel disastro sono state conservate, come monito per le generazioni a venire. La cosa che più colpisce intorno alle grandi città bosniache sono i cimiteri, migliaia di sepolture sulle colline circostanti, visibili da quasi ogni luogo.

Le città, al contrario, sono un calderone di culture e tradizioni diverse che riescono inaspettatamente a convivere. Sarajevo è una città dove puoi uscire da una chiesa cattolica, voltare l’angolo ed entrare in una sinagoga, voltarne un altro e trovarti di fronte una chiesa cristiana di rito greco-ortodosso, o più facilmente una delle onnipresenti moschee…

O la facciata di un palazzo crivellata dai colpi di un fucile automatico…

Un luogo dove tra le stradine pedonalizzate ed affollatissime del centro città puoi vedere due giovani amiche passeggiare chiacchierando animatamente, una col velo e coperta da capo a piedi con gli abiti della tradizione mussulmana, l’altra in short, canottiera ed infradito ai piedi…

Il fatto stesso che popoli e culture tanto differenti potessero (e finalmente possano di nuovo) coesistere pacificamente deve essere apparso come una provocazione inaccettabile ai movimenti nazionalisti, che periodicamente rifanno capolino quando le popolazioni sono strette dalla morsa di crisi finanziarie, economiche o politiche (è recente il caso della Grecia). L’ennesima dimostrazione di quanto sia precario l’equilibrio tra il bisogno di appartenenza ed omologazione da una parte e l’aspirazione alla libertà ed al confronto tra reciproche diversità dall’altra.

O, se vogliamo, di quanto sia critico il mantenimento di un contesto sociale capace di garantire libertà di espressione a differenti idee, culture, punti vista, filosofie, nonostante la storia dell’umanità abbia dimostrato come queste siano le condizioni ideali per il fiorire dell’arte, della cultura e della conoscenza.

E il pensiero vola al futuro prossimo venturo di questo mio disgraziato paese, incapace di comprendere la reale devastante portata dell’appiattimento culturale e della massificazione prodotte negli ultimi decenni da un sistema economico interamente votato all’accumulo di ricchezza ed al consumo sfrenato. Incapace di stabilire se quello che ormai è entrato nell’accezione comune con l’espressione “scenario balcanico” possa materializzarsi presto o tardi anche qui con altrettanta virulenza.

Compleanni di parole

Gennaio, tempo di consuntivi e propositi per il futuro. Sebbene il capodanno sia, tutto sommato, una mera convenzione, l’idea che un ciclo si chiuda ed uno nuovo si apra resta radicata in noi, rafforzata dalla concomitanza col solstizio d’inverno, passato il quale le giornate tornano ad allungarsi.

Per questo blog, in particolare, gennaio è il mese del compleanno. Esattamente il 3 gennaio 2007, sei anni fa, a seguito dell’esperienza maturata prima sul sito dell’associazione Ruotalibera (che è stato per un po’ il mio blog personale limitatamente ad argomenti di stretta osservanza ciclistica), quindi su Romapedala, decidevo di dar vita (sull’ormai estinta piattaforma Splinder) al Mammifero Bipede.

Sentivo la necessità di uno spazio per raccontare e raccontarmi, per tener traccia degli eventi che attraversavo, dei viaggi, delle emozioni e delle storie che intrecciavano la mia vita, delle persone. A distanza ormai di diversi anni quell’esigenza c’è ancora, ma ha assunto una forma probabilmente definitiva, in parte diversa da quella che mi aspettavo.

C’è stata, nel frattempo, una profonda trasformazione in quella che, all’epoca, chiamavamo “la blogosfera”. Ciò che inizialmente appariva come una rivoluzione epocale nella comunicazione on-line, destinata ad assumere un ruolo chiave nel dialogo tra i cittadini, stava terminando il proprio processo di crescita per iniziare una fase di collasso che l’avrebbe portata a capitolare di fronte all’avanzata dei social-network.

Dei blog che, sei anni fa, erano i capofila del movimento (se così possiamo definirlo), molti hanno chiuso bottega, altri sopravvivono a fatica, mentre il grosso degli attuali sono agglomerati sotto il “cappello” di un editore o di progetti di informazione on-line collettivi.

Cosa è andato storto? Direi nulla, probabilmente è solo cambiato il mondo, sono cambiati i tempi e i modi attraverso i quali assumiamo ed elaboriamo una quantità sempre maggiore di informazioni: un flusso teso e costante che entra in competizione con la struttura narrativa prolissa, arcaica e ridondante dei post che produciamo.

Il frequentatore abituale di social-network è abituato a vedersi illustrare un concetto in una frase di poche righe, ed entra in crisi di fronte ad un blocco di testo delle dimensioni di un’intera pagina. Io stesso riesco ad affrontare articoli impegnativi solo a mente fresca, mentre faccio molta più fatica al termine di una sessione di scambi on-line.

A questo si aggiunga la pessima abitudine di molti blogger di sfoggiare la propria ars retorica costruendo frasi lunghe e post interminabili nei quali si fa fatica a trovare sufficiente “sugo”, ovvero argomentazioni non banali. Anch’io sovente non sfuggo a questo cliché, e me ne accorgo solo rileggendo quanto ho scritto a distanza di mesi.

In compenso trovo che lo scrivere insegni a scrivere, almeno per quanto mi riguarda. Riandando indietro nel tempo, a leggere i post di molti anni addietro, spesso mi vien voglia di riaprire i testi per modificarli, asciugarli, renderli più immediati e diretti.

Altre volte mi domando se il tempo speso a scriverli sia giustificato, se tutta questa montagna di parole, idee, elaborazioni, produca davvero dei risultati concreti nel mondo esterno o non finisca ad essere unicamente un monumento a me stesso, dorato e sterile come quelli dei satrapi delle repubbliche asiatiche.

Noi siamo il traffico

A pochi mesi dalla pubblicazione di Shift Happens, Critical Mass at 20 negli States, arriva nelle librerie la traduzione italiana: Critical Mass – Noi siamo il traffico (20 anni di Bike Revolution) a cura dell’editore Memori. L’edizione nostrana risulta “alleggerita” rispetto a quella USA di un buon terzo degli scritti, scelta editoriale volta ad evitare una levitazione eccessiva del prezzo di copertina.

Non altrettanto alleggerita, tuttavia, nei contenuti, dato che l’opera di scrematura è stata effettuata con cura certosina dall’editore assieme a Paolo Bellino aka Rotafixa, (un altro degli italiani che ha visto un suo saggio pubblicato nel volume) eliminando unicamente i contributi più ridondanti.

L’idea di Chris Carlsson, nel pubblicare il volume, era analizzare se e come le idee di Critical Mass fossero penetrate nel tessuto sociale e culturale, innescando cambiamenti nella nostra maniera collettiva di leggere, percepire ed interagire con la realtà. Ieri ho avuto l’ennesimo riscontro di quanto potente questa “vision” fosse fin dall’inizio.

Abbiamo infatti ripercorso, su proposta dell’amico Sergio Trillò, per l’ennesima volta l’anello del GSA – Grande Sentiero Anulare, in un’edizione speciale di Santo Stefano (GSSA)  a sole due settimane dalla “LACU Verbose Edition” di metà dicembre cui avevano partecipato più di 70 persone. Il dilemma di Sergio, nel riproporla, verteva sul timore di scarso afflusso, ma è stato completamente ribaltato dal risultato reale: più di cento partecipanti, un record assoluto per questo tipo di iniziativa.

Come si può guidare un gruppo di cento persone dentro una città (sia pure passando in prevalenza attraverso parchi urbani) piena di “imbuti” e rallentamenti? La risposta è semplice: non si può. L’unica alternativa è che il gruppo si guidi da solo, seguendo “quello che sta in testa” esattamente come si fa nelle Critical Mass, curando unicamente di non forzare l’andatura e di tener d’occhio non solo quelli che stanno davanti, per sapere dove andare, ma anche quelli che stanno dietro, per non perdersi pezzi del gruppo.

La sensazione che ho avuto ieri, pur senza nulla togliere alle capacità di guida di Sergio, maturate attraverso decine di escursioni nel corso degli anni, era che il gruppo letteralmente si guidasse da solo. Che una volta dato il là, ovvero creato l’appuntamento e l’aspettativa, il fatto che ci fosse o meno una guida “ufficiale” in testa al gruppo diventasse secondario. Di fatto l’aver partecipato, per molti dei presenti, alle Critical Mass mensili, ha significato far proprio quell’approccio libero e leggero.

Con tutti i distinguo e le differenze l’esperienza di ieri è stato un ulteriore passo nel colmare la distanza tra una Critical Mass ed un gruppo organizzato. La disponibilità della traccia GPS del percorso, oltre al fatto che molti dei partecipanti lo conoscessero già, ha fatto sì che anche “grumi” di ciclisti attardati potessero ricongiungersi al gruppone nelle rare soste, senza la necessità di mantenere un passo troppo lento ed uniforme che ci avrebbe rallentato eccessivamente.

Per me, in qualità di ideatore del percorso, un’ulteriore conferma del gradimento collettivo del tracciato ed un consolidamento nella speranza che un bel giorno questo itinerario possa diventare davvero fruibile all’intera cittadinanza, mediante una mappatura ufficiale, la presenza di segnaletica nelle svolte, attraversamenti semaforici dedicati ove necessari ed un po’ di pubblicità sui siti istituzionali.

Per ora accontentatevi delle foto dei fortunati coi quali l’ho condiviso ieri.

UPDATE (2013): il materiale aggiornato sul GSA è ora reperibile sul relativo blog.

Il mondo nascosto

Ieri abbiamo percorso nuovamente il G.S.A. Ormai per me è una sorta di tormentone. Questa volta il pretesto era quello di uno “stage itinerante” per il LACU – Libero Ateneo del Ciclismo Urbano, un progetto didattico nato da una costola del movimento #salvaiciclisti.

In realtà di “didattico”, al di là della breve chiacchierata iniziale, non c’è stato moltissimo… a parte il fatto stesso di percorrere il tracciato, e vedere coi propri occhi tante realtà delle quali spesso si è solo sentito parlare, marginalizzate ed abbandonate da una crescita urbana tutta incentrata sull’uso dell’automobile.

Nonostante la gelida e ventosa giornata autunnale la proposta è stata accolta da passa sessanta persone. Fin dalla partenza mi sono reso conto di come la voglia di divertirsi fosse prevalente, e non ci fosse modo di inframmezzare noiosi ragionamenti sulla ciclabilità, a rischio oltretutto di perdere tempo prezioso nel periodo dell’anno con le giornate più corte.

Dall’inaugurazione del percorso, avvenuta nel lontano 2006 (qui in una pagina statica dell’ormai estinto blog Romapedala), pochissime cose sono cambiate, e quasi nulla è stato sistemato, fatta salva la lodevolissima eccezione del passaggio tra Tor Fiscale e parco degli Acquedotti, realizzata non già dalle istituzioni ma da un gruppo di volontari.

Nel frattempo il tempo sta avendo ragione di infrastrutture realizzate con metodi raffazzonati e materiali scadenti. In assenza di qualsivoglia cura e/o manutenzione da parte degli attuali amministratori le poche e malfatte piste ciclabili si stanno lentamente sgretolando, e le passate di vernice rossa sui marciapiedi sbiadiscono per l’esposizione alle intemperie.

Ma ci sono altre e più sottili differenze che saltano all’occhio dei più “anziani”, e forse è un po’ servita a farmele comprendere la presenza di un vecchio compagno di pedalate, Mimmo, col quale iniziai il mio percorso di cicloattivista nel 1988, all’interno di un circolo di Legambiente denominato Pedale Verde.

Trovarlo lì, tra gli altri, mi ha riportato indietro nel tempo di più di due decenni, ed ho rivisto come in un flashback persone, biciclette e modalità di quell’epoca lontana e un po’ naif. I ciclisti di oggi non solo sono cresciuti di numero, ma hanno anche acquisito competenze maggiori, hanno biciclette più tecniche, hanno imparato a convivere con la congestione del traffico urbano.

La cosa probabilmente più diversa, se ripenso agli anni ’90, è il fatto che non ci sia più alcuna necessità di “mettere in sicurezza” il gruppo, ché d’altro canto sarebbe impossibile muovendosi così in tanti. E’ una cosa che abbiamo imparato con la critical mass, ed ora ci torna utile in molte occasioni e contesti differenti.

Di fatto, arrivato di fronte alla chiesa di San Policarpo, all’uscita dal parco degli Acquedotti, e con la prospettiva di dover attraversare da un capo all’altro l’intero quartiere Tuscolano nel delirio delle compere natalizie, anziché organizzare il gruppo e spiegare come muoversi, come affrontare incroci e semafori senza sfilacciarsi, mi sono limitato a fare una cosa affatto nuova.

Ho detto semplicemente: “Ragazzi, ora c’è un pezzo brutto: bisogna bypassare il quartiere Tuscolano. La strada è questa di fronte a voi, si va sempre dritti, fra un chilometro finisce di fronte al parco di Centocelle e cento metri sulla destra comincia la ciclabile Togliatti. Ci vediamo lì. C’è anche una pista ciclabile ma è fatta malissimo, chi vuole può usarla.”

Forse è anche questo un segnale del cambiamento: non c’è più bisogno di associazioni che gestiscano e organizzino, che istruiscano le persone su cosa devono o non devono fare. I ciclisti a Roma sono cresciuti. Se non tutti almeno una parte consistente.

La giornata è scorsa via così, in leggerezza ed allegria. Abbiamo fatto una sosta fuori programma in una cornetteria al Quarticciolo, spostato un albero caduto su un sentiero nel parco dell’Aniene (spingendo e tirando in più di dieci persone), ed osato sfidare la piena del Tevere, che però ha avuto ragione di noi.

Le informazioni davano la pista percorribile, quello che non potevamo sapere è che nottetempo le chiuse a monte della città sarebbero state aperte per svuotare i bacini di scolmamento che in caso di piena hanno la funzione di mitigare la portata del fiume. La ciclabile sulle banchine è risultata interamente sommersa.

Ci siamo salutati, e separati, all’altezza di Piazza del Popolo, con un gruppo intenzionato a rientrare a Piramide, l’altro a seguire una via più veloce tagliando per il centro. Questo è il mio piccolo rammarico riguardo ad una giornata altrimenti perfetta: non aver potuto chiudere il cerchio, perdere l’effetto di straniamento.

Percorrere il G.S.A. è un po’ come nuotare sott’acqua. Ogni tanto si tira su la testa e ci si trova in un posto diverso, incongruo, fuori posizione rispetto alla geometria della città che abbiamo in testa. Alla fine ci si ritrova al punto di partenza con una bizzarra domanda in testa: “dove diavolo sono stato oggi?”

Cinquanta chilometri dentro una città passando per luoghi sconosciuti, che prima di vederli nemmeno si immagina che possano esistere, e men che meno trovarsi lì dove sono. Un viaggio intero dentro boschi e fiumi nascosti dentro una città. Può non essere sconcertante?

(photo courtesy of Giandomenico Ciampa)

UPDATE (2013): il materiale aggiornato sul GSA è ora reperibile sul relativo blog.

Cieli bui a tutti!

La crisi sta cominciando ad innescare le prime positive trasformazioni. Dopo gli Stati Generali della Bicicletta, tenutisi la scorsa settimana a Reggio Emilia (sui quali non ho scritto nulla non avendovi partecipato) oggi è rimbalzata su tutti i forum che si occupano di astronomia la notizia di un prossimo decreto legge intitolato “cieli bui”, su risparmio energetico e lotta all’inquinamento luminoso.

Per contestualizzare la situazione italiana penso sia impagabile questo frammento di una conferenza tenuta dall’astronauta italiano Paolo Nespoli pochi mesi fa:

Sul problema dello spreco energetico causato dall’illuminazione notturna e sulle devastanti ricadute sulla visibilità del cielo stellato ho scritto molto negli anni passati. Tre su quattro dei miei viaggi estivi degli ultimi anni (Canarie, Corsica e Croazia) sono legati a luoghi dove è ancora possibile osservare un cielo veramente buio.

Cosa è successo al pianeta negli ultimi cinquant’anni? Niente di particolare o imprevedibile: l’atavica paura del buio ha trovato conforto nella tecnologia illuminotecnica a basso costo, e il “bambino che è in noi” ha potuto realizzare il sogno di dormire con la luce accesa. Non dentro la stanza, ovviamente… con la luce accesa “fuori”.

Pian piano, anno dopo anno, abbiamo trasformato le nostre città in enormi alberi di natale, e l’intero paese in un gigantesco lampadario ancorato al suolo, in una rincorsa priva di senso a scacciare il buio e la notte il più lontano possibile.

(foto tratta da cielobuio.org)

Popoli meno sciocchi del nostro si sono dati per tempo regole, leggi e prassi. Un dato fra tutti: la Germania consuma annualmente per la pubblica illuminazione 40kw/h ad abitante, l’Italia quasi 120, su un territorio per giunta molto più ridotto, circa un terzo della superficie complessiva.

Ora, se i tedeschi possono illuminare e far funzionare un paese grande il triplo del nostro (e quanto al saperlo far funzionare meglio di noi… direi che non ci sono dubbi) spendendo a testa un terzo di quello che ci costa in Italia, probabilmente è il caso di cercare di capire come ci riescano, ed imitarli.

I punti sui quali intervenire sono almeno tre. Il primo e più evidente riguarda la dispersione prodotta da lampade e riflettori inefficienti e mal orientati. La luce prodotta dalle lampade, invece di essere direzionata dove realmente necessario, finisce sparpagliata in tutte le direzioni. In molti casi una percentuale consistente, fino al 75%, viene dispersa direttamente verso il cielo (tipico esempio i globi luminosi da giardino, presenti anche in molte soluzioni di pubblica illuminazione.

In assenza di legislazione in merito (*) le pubbliche amministrazioni hanno delegato ai fabbricanti la definizione delle specifiche tecniche, ed i fabbricanti hanno puntato a soluzioni puramente estetiche, producendo impianti di illuminazione tra i più inefficienti al mondo. Regolarmente acquistati ed installati.

(foto tratta da cielobuio.org)

Il secondo punto riguarda la sovra-illuminazione, ovvero la quantità di luce che arriva al suolo. L’occhio umano ha enormi capacità di adattamento al buio, ed esiste una soglia minima al di sopra della quale aggiungere più luce produce solo un adattamento dell’occhio, senza che la luminosità percepita si modifichi significativamente. Ovviamente anche su questo non esiste alcuna specifica normativa nazionale.

Il risultato è che vengono installati impianti di potenza molto superiore al necessario, che oltre a sprecare energia hanno anche l’effetto di abbassare la sensibilità naturale dell’occhio, facendo poi percepire come “inadeguata” tutta l’illuminazione circostante ed innescando un circolo vizioso di reinstallazioni ed adeguamenti “al rialzo”.

Il terzo punto riguarda le installazioni inutili, che comunque in tempi di “vacche grasse” e spese allegre non sono mancate, spesso col pretesto della pubblica sicurezza. In questa categoria rientra l’illuminazione (a giorno) di chilometri e chilometri di autostrade, di svincoli su strade minori, parcheggi deserti e spazi nottetempo disabitati.

L’unico risultato che si ottiene ad illuminare tratti stradali per veicoli che dispongono di sorgenti luminose proprie (i fari) è aumentare le velocità di percorrenza ed i rischi conseguenti di incidenti. Se può aver senso illuminare nottetempo gli spazi destinati alla socialità (vie, piazze, passeggiate) nelle ore in cui sono frequentate, ne ha poco o nulla illuminare spazi spopolati o destinati unicamente al transito di veicoli.

Altra pessima abitudine è quella di sparare vagonate di watt sui monumenti, illuminandoli dal basso (con inevitabile dispersione di luce verso il cielo) in maniera tanto appariscente quanto tragicamente pacchiana.

Col progredire della notte e la riduzione del passeggio l’illuminazione può essere ulteriormente ridotta, come avviene in molte zone della Francia. Due anni fa mi stupì constatare come nei paesi della costa nordoccidentale della Corsica l’illuminazione pubblica venisse totalmente spenta dopo la mezzanotte. Niente del genere mi è capitato di vedere in Italia, perlomeno in tempi recenti.

Al malcostume pubblico si unisce poi quello privato, con capannoni, rimessaggi, cantieri ed aree industriali illuminati a giorno in chiave di prevenzione dei furti, ed in misura minore ma più capillare con villette, prati, cortili e giardini illuminati “all night long” dalle onnipresenti luci a palla, che pur se vietate da molte normative regionali restano disponibili in commercio e continuano a venir installate impunemente.

(foto tratta da cielobuio.org)

Il tutto in barba alle statistiche che dimostrano come non vi sia correlazione tra illuminazione e riduzione dei furti, che anzi in diversi casi vengono addirittura agevolati dalla disponibilità di luce ambientale. Ma più forti del buonsenso sono i pregiudizi, i timori atavici e la convinzione che luce e progresso siano direttamente correlati.

Invece le controindicazioni vanno ben al di là di quanto si potrebbe immaginare, arrivando ad influire negativamente sui cicli sonno/veglia di animali ed esseri umani su su fino alle rotte migratorie degli uccelli, producendo nervosismo, ansia ed in qualche caso patologie concrete, oltre all’inquantificabile danno culturale della perdita di cognizione dell’universo intorno a noi e del nostro posto nel cosmo.

Impossibile a questo punto non menzionare l’episodio del blackout avvenuto negli Stati Uniti negli anni ’70, nel corso del quale si registrarono numerose telefonate alla polizia di persone che domandavano, terrorizzate, cosa fossero tutti quei punti luminosi in cielo… le stelle. Non le avevano mai viste prima!

Vediamo quindi quali sono i punti in discussione nel decreto legge:

1. Per finalità di contenimento della spesa pubblica, di risparmio di risorse energetiche, nonché di razionalizzazione ed ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici, con decreto del Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e delle infrastrutture, nonché con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare entro . giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabiliti standard tecnici di tali fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo fra i quali, in particolare:

a) spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne;

b) individuazione della rete viaria ovvero delle aree, urbane o extraurbane, o anche solo di loro porzioni, nelle quali sono adottate le misure dello spegnimento o dell’affievolimento dell’illuminazione, anche combinate fra loro;

c) individuazione dei tratti di rete viaria o di ambiente, urbano ed extraurbano, ovvero di specifici luoghi ed archi temporali, nei quali, invece, non trovano applicazione le misure sub b);

d) individuazione delle modalità di ammodernamento degli impianti o dispositivi di illuminazione, in modo da convergere, progressivamente e con sostituzioni tecnologiche, verso obiettivi di maggiore efficienza energetica dei diversi dispositivi di illuminazione.

2. Gli enti locali adeguano i loro ordinamenti sulla base delle disposizioni contenute nel decreto di cui al comma 1. Le medesime disposizioni valgono in ogni caso come principi di coordinamento della finanza pubblica nei riguardi delle regioni, che provvedono ad adeguarvisi secondo i rispettivi ordinamenti.

Nulla di tragico, drammatico o terrificante, niente nuovo medioevo, solo razionalizzazione, riduzione degli sprechi e banale buonsenso. Ma probabilmente è proprio quello che ci spaventa tanto: il buonsenso. Non ci siamo abituati.

Update: qui potete ascoltare l’intervento del presidente dell’Unione Astrofili Italiani, Mario di Sora, ai microfoni di Radio3-Scienza.

Lastovo 2012, diario astronomico

Ho saputo dell’esistenza dell’isola di Lastovo a gennaio di quest’anno, grazie ad un link sul forum Dobsoniani. L’articolo parlava di “uno dei cieli più bui d’Europa”… aggiungiamoci anche “una delle parti più belle del Mediterraneo” ed ecco ottenuta la meta perfetta per una vacanza che accontentasse sia me che mia moglie Emanuela. Altre mete in passato erano state le Canarie e la Corsica, ma siccome ci piace cambiare ecco arrivare la terza “C”, ovvero la Croazia.

Lastovo è la più meridionale delle isole croate e la più lontana dalle sorgenti di inquinamento luminoso, le aspettative in questo caso erano estremamente alte. Armati di un dispositivo per la misurazione dell’inquinamento luminoso (un SQM-L, gradito regalo di compleanno da parte della consorte), ci siamo mossi alla volta di questo paradiso dimenticato dagli uomini. Le aspettative notturne non sono state vanificate, pur con “luci ed ombre”, mentre quelle diurne hanno superato di gran lunga le pur elevate attese, regalandoci un mare strepitoso. Di giorno in giorno ho pubblicato i risultati di massima delle notti osservative sul forum Dobsoniani, ora le riporto anche qui.

Per i non esperti preciso che i valori “utili” della scala SQM vanno da 21.00 a 22.00. Al di sotto di 21.00 fare del buon deep-sky è praticamente impossibile, molti oggetti spariscono nel fondo cielo tropo luminoso. Per capirci, 21.00 è il cielo che trovo in media sulle montagne dell’Abruzzo, 22.00 quello dei deserti africani. Salire di qualità è estremamente difficile perché ogni punto decimale richiede di allontanarsi di ulteriori decine di km, ed in Italia finisce che ci si trova accanto una nuova fonte di inquinamento luminoso. Gli articoli su Lastovo parlavano di 21.70, e nella pratica non ci siamo andati troppo lontani.

14 agostoIeri sera la prima nottata osservativa da Lastovo è stata una mezza delusione. L’SQM dava letture tra 21.3 e 21.4 e la situazione all’oculare non era troppo migliore di quella dell’anno scorso dalle Marche (monte Nerone e dintorni), anche se ad occhio nudo ed al binocolo la via Lattea era molto dettagliata, con chiaroscuri sicuramente superiori a quanto osservato un anno fa. Le condizioni meteo erano tutt’altro che ideali, con cumuli a media quota in inizio serata e velature pesanti la mattina al risveglio, quindi mi attendo di trovare qualcosa di meglio nei prossimi giorni. Sicuramente non 21.7 o più. La situazione appare analoga, e forse leggermente peggiore di quella della Corsica di due anni fa. In Corsica almeno l’illuminazione pubblica veniva spenta intorno a mezzanotte, lasciando un cielo su cui le nuvole apparivano perfettamente nere. Ieri ho avuto l’impressione che anche i cirro-strati in quota fossero più luminosi del fondo cielo circostante. Il motivo principale appare l’illuminazione dei microscopici borghi sulla costa: Lastovo, Zaklopatica, Ubli e Pasadur. Temo che i nuovi lampioni recentemente installati siano responsabili del peggioramento poiché se anche emettono solo verso il basso la quantità di luce prodotta è decisamente eccessiva. Su questo punto credo occorra una riflessione seria: tagliare la luce a 90° dal suolo non basta. (anche se le fonti locali affermano il contrario…) Il punto osservativo invece è apparentemente perfetto, trattasi di una spianata asfaltata per l’atterraggio degli elicotteri posta quasi sul cocuzzolo più alto dell’isola. Purtroppo sul picco dirimpetto c’è una stazione radio militare con una coppia di lampade discretamente fastidiose e le antenne illuminate nella prima parte della notte (no comment, forse vogliono renderle dei bersagli meglio visibili???) Nel frattempo ci facciamo dei bei bagni al mare, speriamo che il meteo migliori nei prossimi giorni…

15 agostoLa seconda notte osservativa, per quanto inattesa (mi aspettavo altre nubi che invece non sono arrivate) si è rivelata molto migliore della precedente. Stante le previsioni non ottimali ho ripiegato su un sito osservativo a margine del borgo di Pasadur dove alloggiamo, fuori vista della maggior parte dei lampioni (l’ultimo l’ho coperto con l’automobile), esattamente qui. La scelta è stata determinata dall’occasione di far osservare un po’ di cielo ai nostri ospiti e ad un po’ di altre persone (alla fine eravamo una mezza dozzina) Questo ha fatto sì che la scelta degli oggetti si limitasse ai più vistosi del periodo, e che i tempi di osservazione si allungassero. In compenso le nubi non si sono presentate e l’SQM ha felicemente superato i 21.4 arrivando a lambire i 21.5, nonostante la prossimità dei lampioni ed il fatto che sulla riva opposta gli effetti dell’illuminazione locale fossero ben visibili.
Tra gli oggetti più significativi sicuramente la Velo, che mostrava chiaroscuri netti e quasi “fotografici”, e la Helix, anch’essa finalmente più che una chiazza confusa in cielo. Questo fa il paio con l’osservazione della Crescent nella prima notte, dove ho avuto la sensazione di cogliere strutture molto più sottili a quelle cui ero abituato “da casa”. Mi riservo di tornarci su nelle prossime notti, ma l’idea che mi sono fatto è che nell’osservazione di oggetti deep, più che la scarsa capacità di risoluzione dei bastoncelli pesi il calo di contrasto dei dettagli rispetto al fondo cielo. Questo implica fondamentalmente che il danno dell’IL non si limiti alla peggiorata percezione degli oggetti stessi, ma si estenda in maniera più subdola ai dettagli in essi contenuti.
Cmq. osservazione sotto cieli da montagna a bordo mare ed in maniche corte (o quasi)… e anche l’acqua dei bagni recenti mi pare adeguatamente calda.

16 agostoTerza notte non entusiasmante: l’SQM si è piantato su 21.35 (allo zenit, in basso anche peggio) e non si è mosso da lì per motivi non meglio spiegabili. Uno tra gli altri potrebbe essere la piccola flottiglia di pescherecci a pesca con le “lampare”. Ieri sera ce n’erano almeno quattro, tutti a poca distanza dalla costa dell’isola… uno si è piazzato intorno a mezzanotte in direzione sud e mi ha letteralmente ammazzato la parte dia Via Lattea tra Scorpione e Sagittario.
Ne ho discusso a lungo con un astrofilo sloveno (un astroimager) che è arrivato sul piazzale intorno alle 23.00 dopo un lungo viaggio in auto+traghetto. Lui ed altri amici che arriveranno tra oggi e domani resteranno a riprendere per circa una settimana, è un frequentatore abituale del posto e ne conosce molto bene le caratteristiche, tuttavia non sa spiegarsi le fluttuazioni del valore SQM da una notte all’altra. A suo dire si può trovare 21.3 una notte e 21.5 la successiva (a me è successo il contrario) senza un motivo preciso.
Poi mi ha parlato del lavoro di sensibilizzazione fatto sulle amministrazioni per modificare i lampioni, dell’IL proveniente dall’isola di Korcula e da Spalato, e mi ha raccontato di una notte incredibile, forse l’anno scorso, in cui sia la costa italiana che quella croata erano coperte da nubi, e l’SQM ha letto valori fino a 21.95. Mi ha anche detto che per sua esperienza il sito dell’Heliodrome (la pista di atterraggio per gli elicotteri dove eravamo) è per solito molto ventoso, e la cosa mi ha preoccupato un po’.
Con tutto questo lui ed i suoi amici continuano a preferire questo sito alle montagne per la maggior stabilità meteo e percentuale di notti utili. Alla mia domanda se le montagne del nord della Croazia potessero essere più interessanti ha risposto che sono siti discretamente bui, ma il seeing è disastroso. Mi ha raccontato anche di una “spedizione” sul Grossglockner, in Austria, nel corso della quale, dopo due ore di automobile, si sono ritrovati cielo coperto e pioggia battente.
Insomma, terza notte abbastanza deludente, speriamo meglio per le prossime. Ex post mi mordo le mani per non aver approfittato di più della seconda…

17 agosto – Quarta nottata, partita con aspettative basse e rivelatasi fin qui la migliore. In inizio serata velature in quota e nubi temporalesche sulla Croazia, con lampi in lontananza (a parere del mio collega sloveno le nubi bloccano in parte l’IL da quel lato), un solo peschereccio con lampara, più lontano e meno invasivo di quelli della notte precedente. Al crepuscolo astronomico si parte con un bel 21.4 che nel corso della notte salirà fino ad un tondo 21.60 (allo zenit ed in assenza di VL), la direzione più buia è Sud – SudEst. Via Lattea molto ben strutturata, per la prima volta riesco ad apprezzare le nebulose oscure in prossimità della testa dell’Aquila, prima col binocolo poi al telescopio. Intorno alle 3.30 ho la sensazione di intuire una fascia leggermente più chiara sul piano dell’eclittica, ma non avendola mai osservata non posso affermare con certezza trattarsi di banda zodiacale.
La distribuzione luminosa molto asimmetrica fa sì che il sud sia molto migliore rispetto a cieli con analogo SQM allo zenit e IL uniformemente distribuito sull’orizzonte. L’aria non è particolarmente tersa, ma col telescopio si riesce ugualmente a distinguere oggetti estremamente deboli e bassi. La galassia gigante NGC 253 nello Scultore mostra un nucleo più brillante ed un alone esteso intorno (simile ad M31 vista in un binocolo a circa 20x, per capirci) il che mi spinge a tentare con successo un oggetto parecchio più basso, NGC 300 (Caldwell 70), a -37°41′che mostra un nucleo più brillante ed un alone molto esteso. Non contento tento anche MCG 03-01-015 nella balena, meno grande ma dall’aspetto molto più “fantasmatico”.
Insomma, finalmente una serata all’altezza delle aspettative, una carrellata di oggetti deboli che dettaglierò in seguito ed una miglior comprensione di cosa sia un cielo stellato in condizioni di basso IL. Era ora!

18 agosto – La quinta notte si è rivelata più un set da film astro-horror che una sessione osservativa. Partito sul tardi, dopo un’ottima cena a base di pesce, ho fatto un salto prima all’eliporto in basso (presso una base militare dismessa) verificando l’assenza di vento, quindi non soddisfatto della location (relativamente vicina al centro abitato e quindi più soggetta ad IL locale) mi sono mosso verso il solito punto osservativo in cima alla montagna (Hum), dove ho trovato sia l’astroimager sloveno (Jurij) che il suo amico appena arrivato (Andrej), intenti a sistemare un Riccardi-Honders da 8″ su una mastodontica montatura Astrophysics. Mi danno due notizie, una buona ed una cattiva: quella buona è che le letture SQM, a notte astronomica ormai completata, danno 21.55 (“better than yesterday!”), quella cattiva che il piazzale è impraticabile causa vento (50/60kmh) e quindi si sono piazzati una cinquantina di metri prima, a ridosso di una curva, bloccando di fatto la strada con l’automobile.
Il dilemma, per me, riguarda il fatto che lo spazio residuo per montare il mio dob è risicato, con un albero che mi copre il sud… decido quindi di partire alla ventura per cercare un punto schermato e mi avventuro su una strada sterrata che scende dal monte Hum a Skrivena Luka. Purtroppo la strada è in condizioni terribili, il fondo poco compatto e la pendenza notevole mettono a dura prova la mia capacità di controllo dell’auto (una Fiat 600!). Oltre a ciò non trovo un punto adatto a fermarmi, quindi dopo una interminabile discesa al buio sui sassi smossi torno a mettere le ruote sull’asfalto e decido di tornare al primo sito osservativo, ormai ad una decina di km. L’heliodrome dismesso mi accoglie con le sue sagome inquietanti di casematte in rovina ed una lepre che sgambetta in mezzo alla pista, ma per fortuna senza vento. Monto tutto solo per realizzare, a strumento ormai collimato e pronto all’uso, che il cielo è molto al di sotto delle aspettative, solo 21.2/21.3 contro i 21.55 del sito su in alto…!
Attribuisco la differenza all’IL locale del vicino porto di Ubli, dove (forse) potrebbe aver attraccato un traghetto, lasciando come d’uso le luci sui ponti tutte accese (Jurij me ne aveva parlato, pare che per motivi di sicurezza non le spengano mai). Decido che non sono venuto per osservare sotto un cielo peggiore di quello di casa, rificco lo strumento in macchina completamente montato, abbattendo un sedile, e riparto di nuovo per la cima della montagna. Quivi giunto scopro con orrore il motivo del peggioramento del cielo: c’è un peschereccio armato di una mostruosa “lampara” a poche centinaia di metri dalla costa! A chilometri di distanza fa luce a sufficienza per illuminare l’intera montagna e proiettare le nostre ombre nettissime sulla parete rocciosa…
Secondo Andrej tale comportamento è vietato, le barche da pesca dovrebbero mantenersi ad almeno 5km dalla costa, soprattutto in una riserva naturale come Lastovo, e quindi domani inoltrerà un formale reclamo alla capitaneria di porto (update: la capitaneria ha risposto che il limite è 500metri e che non possono farci nulla…). In compenso il vento è calato e le misure SQM sono un po’ migliori che non dal punto più in basso (21.35/21.40). Accetto il compromesso e mi metto ad osservare un po’di galassiette minori tra Pegaso ed i Pesci. Alla fine però è più una notte di chiacchiere che di fatti concreti, anche i miei colleghi sloveni hanno i loro problemi: un raccordo di prolunga tra la CCD ed il Riccardi-Honders è rimasto a casa (in attesa di verniciatura), quindi non è possibile ottenere le stelle a fuoco. Intorno alle 3.00 chiudo tutto e me ne vado a nanna lasciando i due sfortunati astroimagers ad armeggiare con la loro imponente ma al momento inutile strumentazione.

19 agostoLa notte di ieri, la sesta consecutiva, è partita con un forte vento fin dal pomeriggio, che mi ha messo in preallarme sulla fruibilità dell’Heliodrome. Dopo una rapida cena io ed Emanuela ci siamo messi in macchina ed abbiamo raggiunto la vetta del monte Hum solo per verificarne l’impraticabilità. Per fortuna il vento proveniva da nord, è quindi bastato scendere di quota per trovare uno slargo adeguato aperto a sud e completamente riparato da una “tagliata” nella roccia viva (qui). L’orizzonte è risultato sufficientemente aperto verso sud-est, direzione che si è poi rivelata la migliore per valori SQM (21.55/21.60), mentre allo zenit si viaggiava sui 21.40 (al di fuori della banda della Via Lattea), per scendere fino a 21.3 sul versante ovest, forse per qualche peschereccio relativamente poco invasivo, o per le luci del porto di Ubli. Un picco anomalo di 22.75 è stato misurato da Emanuela intorno a mezzanotte… purtroppo stava impugnando l’SQM capovolto ed ha misurato il terreno…!
Gli astroimagers sloveni sono transitati mentre assemblavo il dob, ed hanno proseguito per un sito da me non ancora esplorato in prossimità della vetta. Non li abbiamo più visti,quindi devono aver trovato una sistemazione idonea per le loro esigenze astrofotografiche. Da questo punto di vista la performance del mio Sumerian in presenza di vento è pari a quella di un aquilone… ho quindi preferito tenermi ben stretto il mio sito “antivento”. La temperatura per tutta la notte non è scesa sotto i 24°C ed ho quindi osservato in tenuta molto leggera.
Notte estremamente fruttuosa nonostante i limiti imposti dalla “location”, che mi ha consentito di pressoché completare la spunta degli oggetti dalle mappe preparate ex novo prima del viaggio. Il lavoro delle notti precedenti è apparso evidente man mano che procedevo, molte mappe erano già interamente spuntate mentre da altre mancavano pochi oggetti. Questo mi ha consentito anche un ripasso di alcune “new entry”, oggetti osservati per la prima volta nei giorni scorsi e particolarmente appariscenti. Ora come ora sono in forse se proseguire le osservazioni anche per la prossima notte, l’ultima, dato che a parte gli ammassi aperti che non mi entusiasmano proprio ho pressoché esaurito i target osservativi. Deciderò stasera.

20 agostoL’ultima notte sono salito al monte Hum quasi solo per i saluti. L’SQM dava letture abbastanza basse (21.2/21.3) a causa dell’ennesimo peschereccio con le lampare, stavolta a nord. Cielo ugualmente molto buono. Mi sono portato il binocolo e la sdraio, e mentre gli sloveni smanettavano con i loro ipertecnici setup fotografici risolvendo un problema via l’altro, io ho aperto la sdraio affermando “Now I setup my chair” e mi sono messo a ripassare le nebulose chiare e scure della via Lattea. Verso le 23.00, vedendo che i valori SQM non miglioravano ed in previsione di una partenza col traghetto delle 4.30AM (!) ho chiuso tutto, salutato e sono tornato giù.

Questa la cronaca, per le conclusioni vi rimando al prossimo post. Sicuramente l’esperienza di Lastovo mi ha insegnato molto sull’IL e sulla visibilità degli oggetti celesti in condizioni prossime all’ottimale (…ed anche sull’alterazione dei cicli sonno-veglia).